RID 22 (1998)
RID schedario: 6.
Ladinia dolomitica. Alto Adige / Südtirol
a cura di Roland Bauer (Salisburgo, Austria)

Rassegne pubblicate sul no. 22 (1998), pp. 229-283.

Sommario:

[1-38 > RID 3; 39-82 > RID 9; 83-120 > RID 20; 121-159 > RID 21]

A. Ladinia Dolomitica: 0. Generalità (160–211). 1. Val Badia (212). 2. Val Gardena/Gherdëina (213–214). 3. Val di Fassa/Val de Fascia (215). 4. Livinallongo/Fodom. 5. Ampezzo/Anpezo. 6. Agordino - Cadore - Comelico (216). B. Alto Adige/Südtirol: 0. Generalità (217–227). 1. Isole linguistiche tedesche/di origine germanica (228). Errata corrige RID 21 (1997).

A. Ladinia Dolomitica

0. Generalità

160. Heidi Siller-Runggaldier, Paul Videsott, Rätoromanische Bibliographie 1985–1997, Innsbruck, Institut für Romanistik, 1998, pp. VIII + 150. [Romanica Ænipontana,XVII].

Il volume è la continuazione della Rätoromanische Bibliographie (Innsbruck 1985) di Maria Iliescu e Heidi Siller-Runggaldier (® RID 20: 6, 83). L’ordine tematico dei titoli – più di 1.400 – è stato ripreso (il che facilita l’orientamento dell’utente) e segue il criterio geografico (cioè da ovest ad est). All’elenco tematico sono stati aggiunti alcuni capitoli: "lingua parlata e lingua scritta", "Romania submersa: relitti nell’area di contatto" e "ricerche sui Reti" (Räterforschung) (gli autori fanno notare che per loro non esiste una relazione diretta tra le ricerche sui Reti e quelle sul retoromanzo!). Titoli che trattano la "pianificazione linguistica" si trovano nel capitolo "questioni generali".
Questa bibliografia dimostra (ancora una volta) la ricchezza di studi nell’area del retoromanzo. Rimane da sperare che gli autori continuino questo faticoso lavoro. [Dieter Kattenbusch]

161. Eva Masel, Johann Strutz, Interculturalità. Una bibliografia per la ricerca con particolare riguardo alla regione Alpe-Adria, Trieste, Alcione Edizioni, 1996, pp. 264. [Letteratura a Nord-Est, 2].

Questa bibliografia, centrata sulla cultura del Nord-Est italiano, ivi comprese le zone limitrofe (italiane, austriache, slovene e croate) che fanno parte della macro-regione Alpe-Adria, può interessare un pubblico molto largo. Il volume è suddiviso in quattro sezioni tematiche, strutturate a loro volta nella maniera seguente: bibliografie, riviste e periodici, dizionari e enciclopedie, letteratura generale, aspetti specifici.
La prima sezione riguarda la cultura, l’antropologia, l’etnologia e la sociologia; reca un sottocapitolo dedicato ad aspetti linguistici (Sociolinguistica, Pragmatica, Etnolinguistica, Dialettologia) con 147 titoli pubblicati negli ultimi 20 anni. Dalla sezione intitolata Interculturalità segnaliamo due argomenti: Politica linguistica (130 rinvii bibliografici), Bi- e plurilinguismo (233 rinvii). La terza sezione raccoglie pubblicazioni classificabili sotto l’aspetto Contatto e conflitti di culture, senza specificare eventuali contatti e conflitti linguistici riscontrabili nella regione Alpe-Adria. L’ultima sezione è dedicata alle etnie ed alle minoranze linguistiche e culturali. Nei sottocapitoli generali troviamo pochissime citazioni di opere ladine o friulane (viene ad esempio nominata, tra i periodici specializzati sull’argomento, la rivista Ladinia, mentre manca Mondo ladino; la stessa cosa vale per i periodici friulani: mancano sia Ce fastu? che Sot la nape). Il paragrafo che si occupa delle minoranze in territorio italiano infine sembra rispecchiare l’interesse primario degli autori: contiene 73 titoli "sloveni" (più del 50% di tutte le citazioni), mentre i friulani vengono presi in considerazione in otto e i ladini in soli tre rinvii bibliografici. [R.B.]

162. Hans Goebl, Roland Bauer, Edgar Haimerl (a cura di), ALD I: Atlante linguistico del ladino dolomitico e dei dialetti limitrofi, 1a parte, quattro volumi cartografici, tre volumi di indici, Wiesbaden, Reichert, 1998; CD-ROM, vol.1, Salzburg, Institut für Romanistik, 1999.

Stampato nel mese di dicembre del 1998, questo nuovissimo atlante linguistico costituisce uno strumento di lavoro solido e ben strutturato, indispensabile per i romanisti, linguisti e dialettologi interessati alla ricerca dialettologica alpina ed ai rispettivi problemi fonetici. L’ALD I documenta in maniera molto accurata tutte le variazioni fonetiche di 884 concetti. Il progetto in questione colma una lacuna considerevole della ricerca dialettologica italiana e retoromanza:
La zona d’esplorazione dell’ALD I – che si estende su circa 20.000 km2 – è stata ritagliata dalla cartina geografica dell’Italia settentrionale e della Svizzera sud-orientale. Avendo una magliatura abbastanza stretta, la rete dell’ALD I abbraccia, con 217 punti di rilevamento, le aree dialettali seguenti: l’Engadina alta e bassa (inclusa la Val Monastero) con 12 punti, la Lombardia orientale (35 PP.), tutto il Trentino (60 PP.), tutta la Ladinia dolomitica (21 PP.), il Veneto centrale e settentrionale (66 PP.) ed il Friuli occidentale (23 PP.).
L’opera stampata è composta da sette volumi in folio: quattro volumi cartografici con 884 cartine geolinguistiche e tre volumi di indici (alfabetico, inverso, etimologico relativo ai titoli delle cartine).
Il primo CD-ROM contiene la versione elettronica dell’ALD I, e cioè: l’Atlante sonoro (21 località esplorate nella Ladinia dolomitica, risposte alle domande 1–216 = cartine pubblicate nel volume 1), un Index Retrieval System (IRS) e un modulo cartografico (CARD). Per ciascuno dei volumi 2 (domande 217–438), 3 (dom. 439–660) e 4 (dom. 661–884) dell’atlante in folio è in preparazione un CD-ROM a parte. Dietro richiesta, tutti i CD (incl. i futuri updates)vengono consegnati gratuitamente agli acquirenti dell’ALD I in folio.
Per ulteriori informazioni si rimanda ad un’apposita rassegna che uscirà sul prossimo numero della RID. [R.B.]

163. Lois Craffonara, "Ladinien", in Hans Goebl, Peter H. Nelde, Zden?k Starý, Wolfgang Wölck (a cura di), Kontaktlinguistik/ Contact Linguistics/Linguistique de contact, vol. 2, Berlin – New York, Walter de Gruyter, 1997: 1383–1398.

In dieci capitoli (1. territorio linguistico; 2. storia; 3. politica, economia, situazione culturale e religiosa; 4. statistica e profilo etnico; 5. autovalutazione e stereotipi; 6. situazione linguistica; 7. conflitti linguistici; 8. plurilinguismo; 9. contatti linguistici; 10. bibliografia selezionata) l’A. traccia un quadro sintetico e molto completo dei contatti linguistici intercorsi nella Ladinia sellana. Riguardo ad alcune questioni molto dibattute, l’A. si esprime in modo esplicito:
– l’area definita "ladina" viene delimitata per ragioni sociolinguistiche alle quattro vallate di Badia, Gardena, Fassa e Livinallongo con un accenno alla situazione particolare di Cortina d’Ampezzo;
– l’uso dell’etnonimo ladino prima degli studi dell’Ascoli e del Gartner non risulta limitato alla sola parte centrale della Val Badia;
– la presenza di una coscienza etnica e nazionale ladina già nella prima metà dell’800 traspare chiaramente dalla grammatica di Micurà de Rü/Nikolaus Bacher (1833), che distingue tra lingua italiana, tedesca e ladina da una parte e tra i dialetti del ladino dall’altra.
In quanto ai fenomeni di languages in contact veri e propri, è naturale che siano molto frequenti in una lingua minore, incuneata tra due grandi lingue come l’italiano e il tedesco, ma l’A. critica il tentativo di volere spiegare ogni punto problematico come influsso esterno, senza ammettere la possibilità di sviluppi autoctoni e indigeni. Significativa a questo riguardo è la costruzione verbo + avverbio, che in ladino è sostenuta da moltissimi esempi tedeschi, ma che originariamente era endemica anche nella Romània.
Sono invece sicuramente da attribuire ad influssi tedeschi ed italiani moltissimi prestiti (p.e. gard. butla "borsa" < proto-antico bavarese bûtil; bad. calonia "canonica" < agord. calonega) e calchi (p.e. bad. aorela cörta "passatempo" < ted. Kurzweil). L’elemento tedesco è relativamente forte (secondo il computo del Lardschneider, nel gardenese è circa del 13%, la percentuale diminuisce poi gradualmente nel badiotto, livinallese e fassano).
Meno numerose sono le interferenze morfologiche e fonetiche, tra le quali vengono annoverate: la completa sostituzione dell’antico futuro (venire + a + infinito) con il tipo infinito + habeo; la desigmatizzazione del plurale femminile nel livinallese e nel moenese; le costruzioni del tipo "fare" + infinito tedesco (molto frequenti nel gardenese); il cambio di posizione di alcuni aggettivi qualificativi come bun "buono" da posposti ad anteposti; l’uso sporadico dell’ausiliare essere invece di avere con i verbi riflessivi e l’introduzione del fonema [h]. [Paul Videsott]

164. Andres Max Kristol, "Die historische Klassifikation der Romania III. Rätoromanisch", in Günter Holtus, Michael Metzeltin, Christian Schmitt (a cura di), Lexikon der Romanistischen Linguistik. Band VII: Kontakt, Migration und Kunstsprachen. Kontrastivität, Klassifikation und Typologie, Tübingen, Niemeyer, 1998: 937–948.

Disamina molto puntuale per sommi capi degli annosi dibattiti svoltisi intorno alla posizione del retoromanzo (ladino) in genere e del ladino dolomitico in particolare, sempre in seno alla Romania. Accurata (e ben informata) presentazione e discussione della genesi e della successiva accettazione successiva (o meno) dei termini scientifici ladino (Ascoli 1873), Rätoromanisch (Gartner 1883), Alpenromanisch (Gamillscheg 1948) e rhéto-frioulan (Bec 1971). Attenta analisi dei tratti linguistici giudicati "classici" del retoromanzo (ladino) in chiave sin- e diacronica. Da ultimo, l’A. si dichiara propenso ad accettare l’originalità classificatoria del retoromanzo (ladino) e ribadisce la sua posizione mediante la presentazione di due grafici appositamente scelti dal libro "Dialektometrische Studien [...]" del recensore (1984). [Hans Goebl]

165. Carlo Tagliavini, Einführung in die romanische Philologie, tradotto dall’italiano da Reinhard Meisterfeld e Uwe Petersen, Tübingen/Basel, Francke Verlag, 19982, pp. XXVII + 601.

Il presente volume è la riedizione della versione tedesca del grande manuale di Carlo Tagliavini Le origini delle lingue neolatine. Introduzione alla filologia romanza, Bologna 1969. La traduzione tedesca di questo opus magnum apparve in prima edizione già nel lontano 1973 sotto il titolo Einführung in die romanische Philologie (il che corrisponde al sottotitolo dell’edizione italiana). Anche questa seconda edizione si basa sulla sesta edizione italiana del 1972.
Nella prefazione i due traduttori – ed editori – R. Meisterfeld ed U. Petersen riconoscono che una semplice ristampa della prima edizione non sarebbe stata possibile, visto che nel frattempo tre decenni di ricerca molto intensa erano passati nel campo della linguistica romanza. D’altra parte, una rielaborazione dell’opera era sembrata altrettanto poco sensata dopo la morte del gran maestro sopravvenuta nel 1982. Allora gli autori hanno optato per un compromesso: rispettare il testo originale, però rielaborare ed attualizzare l’appendice bibliografica. Solo nel caso in cui p. es. lo sviluppo politico degli anni trascorsi ha avuto conseguenze serie anche per la situazione linguistica o nel caso di correzioni necessarie, sono intervenuti nel testo, sempre senza cambiare il menabò (la carta della Repubblica Socialista Sovietica Moldava p. es. è stata sostituita da una carta della Repubblica Moldava nei confini attuali, 283).
Il capitolo che riguarda il retoromancio (§ 66, 301–311) è rimasto quasi inalterato, a prescindere dall’informazione breve (troppo breve: nemmeno una riga) che il romancio è diventato lingua ufficiale in Svizzera nel 1995 (nota 50, 303), informazione che senza ulteriori spiegazioni non è corretta.
Manca purtroppo un accenno al rumantsch grischun, "lingua tetto" degli idiomi romanci, elaborato dal romanista zurighese Heinrich Schmid e divulgato dalla Lia Rumantscha dagli anni 80 in poi. Le aggiunte bibliografiche, anche per quanto riguarda la sezione centrale del retoromancio, il ladino dolomitico, sono piuttosto scarse (464). Non vengono nemmeno menzionate p. es. né le riviste scientifiche, pubblicate dai due istituti ladini (a San Martin de Tor e Vich/Vigo di Fassa rispettivamente), cioè Ladinia e Mondo ladino, né gli studi dialettometrici di Hans Goebl.
Ma anche l’attualità delle citazioni lascia a desiderare: viene p. es. citato il vocabolario gardenese di A. Lardschneider-Ciampac, però solo l’edizione del 1933 e non quella nuova realizzata da M. Mussner e L. Craffonara nel 1992.
Le stesse critiche valgono per il § 83 (397–402) che si occupa dei documenti più antichi del retoromancio. Per il ladino centrale si dovrebbe accennare almeno al proclama del 1631 (Val Badia) e ad un’emanazione del 1632 (Livinallongo). Così l’età dei documenti più antichi del ladino dolomitico andrebbe retrodatata notevolmente (il vocabolario di S. P. Bartolomeo indicato come il più vecchio è però del 1760).
Va corretta l’affermazione che non esistono antologie di testi ladini (490); ricordiamo almeno quella di Walter Belardi, Antologia della lirica ladina dolomitica, (Roma 1985).
Si tratta, tutto sommato, di un’iniziativa lodevole che però avrebbe richiesto un po’ più d’impegno, almeno per quanto riguarda la ricerca bibliografica. [Dieter Kattenbusch]

166. Johannes Kramer (a cura di), Sive Padi ripis Athesim seu propter Amoenum. Studien zur Romanität in Norditalien und Graubünden. Festschrift für Giovan Battista Pellegrini, Hamburg, Buske, 1991, pp. 438.

Questo bel volume, pubblicato da J. Kramer in collaborazione con Ruth Homge e Sabine Kowallik, si rifà agli Scritti linguistici in onore di Giovan Battista Pellegrini (Pisa: Pacini 1983). Contiene 25 articoli (20 in tedesco, uno in francese, quattro in italiano) di diversi autori intorno ai vari interessi del Festeggiato, ma soprattutto tratta dell’area ladina (nel senso più vasto del termine) in 15 dei 25 contributi. Inoltre, contiene una prefazione dello stesso editore (in lingua latina, 7–10), una fotografia del Festeggiato, la 2a parte della sua bibliografia (dal 1987 alla fine di aprile 1990, 11–21) e l’elenco degli autori con i loro indirizzi (437–438). Mi limito qui alla presentazione degli articoli di interesse ladino.
Günter Holtus e Johannes Kramer presentano un rapporto su recenti lavori fatti nell’ambito del ladino e delle lingue e dei dialetti neo-latini della zona alpina (23–48). Tengono anche conto del contatto con altre realtà linguistiche di questa zona e concludono con un’ampia bibliografia.
Gli altri articoli sul ladino possono essere presentati in tre gruppi, secondo la loro tematica: 1. Toponomastica. 2. Etimologia e onomasiologia ("Wortgeschichte"). 3. Grammatica.
1. Toponomastica: dopo la storia del Dizionario Toponomastico Atesino riassunta da Gisela Framke (103–113), Johannes Hubschmid si occupa della toponomastica pre-indoeuropea ("Wörter vorindogermanischen Ursprungs zur Bezeichnung von Höhlen ...", 135–174), Max Pfister invece punta l’attenzione sul "popolamento del Trentino settentrionale e del Sudtirolo prima dell’anno Mille" con un ricco corpus di toponomi e una rappresentazione cartografica (285–307). Guntram Plangg contribuisce con uno studio particolare del toponimo Pawígl (309–315), e Ambros Widmer ci spiega l’etimologia dei toponimi del Disentis (403–415; non si capisce perché parli di "Sprachgesetze" invece di "Lautgesetze").
2. Rainer Schlösser si occupa delle denominazioni delle monete nell’Italia settentrionale (329–344), Hubert Klausmann e Thomas Krefeld studiano le sostituzioni della parola salamandra con argomentazioni antropologiche (195–205), e Edgar Radtke ci spiega l’etimologia ("Wortgeschichte") di pringhes/brindisi (317–328).
3. La sezione più interessante dal punto di vista linguistico è certamente quella sulla grammatica delle parlate ladine: due articoli si occupano della morfolgia verbale, uno più generale delle "analogies dans le système verbal du frioulan" (di Maria Iliescu e Louis Mourin, 175–194), l’altro in modo più specifico del "Verbalsystem" cembrano (di Lotte Zörner, 417–435), restando tutti e due fedeli all’approccio della morfologia strutturalista. Con il suo studio della composizione verbo + sostantivo in ladino Dieter Messner si occupa della morfologia lessicale (263–268). Questioni di sintassi (sviluppo diacronico) vengono trattate da Theodor Ebneter ("Bündnerromanisch dar ’geben, fallen’ mit persönlichem Subjekt", 57–74; nell’indice "Subjekt" viene confuso con "Objekt") e da Heidi Siller-Runggaldier con il suo studio sull’interrogazione nel ladino centrale, che parte da un confronto sincronico di vari dialetti (355–383).
Oltre ai contributi sul ladino stesso, il volume contiene 10 studi non meno interessanti di diversi argomenti includendo anche la terminologia e la fonologia. Ma soprattutto i dialettologi e filologi che si occupano delle parlate neo-latine delle Alpi non possono ignorare questo compendio di filologia ladina. [Martin Haase]

167. Karl von Ettmayer, Lombardisch-Ladinisches aus Südtirol. Ein Beitrag zum oberitalienischen Vokalismus, a cura di Hans Goebl, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin "Micurá de Rü", 1995, pp. IV + 304.

La riedizione dei materiali della tesi di laurea del grande romanista Karl von Ettmayer (1874–1938) è stata curata dal romanista salisburghese Hans Goebl. Ettmayer, discepolo di Hugo Schuchardt a Graz, aveva pubblicato questa sua prima grande opera sulla rivista Romanische Forschungen 13 (1902: 321–673). H. Goebl non solo ha messo a disposizione gli abbondanti dati fonetici, egli ha anche reso "leggibile" quel tesoro sparpagliato per il testo della soprannominata pubblicazione. Il corpo di dati – 215 "paradigmi" (parole) raccolti dall’Ettmayer in 77 luoghi della zona lombardo-ladina – viene presentato sotto forma di tabelle (13–99; precedono le informazioni sulla trascrizione fonetica, 3–12), comparabili a quelle dei Tableaux phonétiques des patois suisses romands di L. Gauchat, J. Jeanjaquet e E. Tappolet, Neuchâtel 1925. Seguono le annotazioni sui paradigmi (101–150), per maggior chiarezza separate dalle tabelle. Ci sono anche due registri alfabetici utilissimi delle etimologie dei paradigmi (151–174).
Oltre alla semplice presentazione e riorganizzazione dei dati il Goebl discute il grado di "retoromanicità" (nel senso di Ascoli) dei dati, presentando sette carte dialettometriche che sottolineano la relativa "retoromanicità" della parte settentrionale della zona analizzata dall’Ettmayer – cioè la Val di Sole e la Val di Non –, e discute anche gli atteggiamenti di tipofobia (presente p.es. negli scritti di Carlo Battisti; oggi in autori come J. Kramer e G.B. Pellegrini) e di tipofilia (G.I. Ascoli, K.v. Ettmayer).
Nella seconda parte del libro il Goebl ha composto un mosaico biografico interessantissimo che non solo elenca le tappe della carriera scientifica dell’Ettmayer (Graz, Vienna, Friburgo in Svizzera, Innsbruck, Vienna), ma riassume anche la sua produzione scientifica, caratterizzata da una grande vastità tematica, nonostante il numero relativamente limitato (90) di pubblicazioni. Una bibliografia degli scritti dell’Ettmayer si trova alle pp. 245–258, seguita da una valutazione critica (259–299). Tra i suoi campi di ricerca figurano fonetica, sintassi, dialettologia, onomastica ecc.; ma ha pubblicato anche articoli su argomenti un po’ periferici come metrica e musica.
Di notevole interesse storico sono tra l’altro le informazioni (215–220) – compilate dal Goebl attingendo a diverse fonti – sui rapporti dell’Ettmayer con Hugo Schuchardt, con il quale mantenne un’intensa corrispondenza per molti anni. Questa ebbe però fine improvvisamente in seguito ad alcune osservazioni critiche dell’Ettmayer concernenti la valutazione piuttosto positiva del libro di Carlo Salvioni, Ladinia e Italia, da parte di Hugo Schuchardt (1917).
Di particolare valore documentario è anche il facsimile (con translitterazione e commento, 220–231) di un protocollo della Facoltà di Lettere dell’Università di Vienna (5 luglio 1918) che illustra la polemica tra Karl von Ettmayer e Carlo Battisti, il quale aveva fatto domanda di conferirgli lo stato di professore straordinario. In vista di una denuncia disciplinare a causa di attività irredentistiche del Battisti questa domanda non venne trattata definitivamente dalla facoltà.
L’utile indice dei nomi conclude questo volume importante per la retoromanistica, non solo dal punto di vista dialettologico, ma anche per chi segue le discussioni sulla questione ladina. [Dieter Kattenbusch]

168. Ladinia XIX, Sföi culturâl dai Ladins dles Dolomites, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin "Micurá de Rü", 1995, pp. 341.

Il volume XIX della nostra rivista reca l’anno 1995, anche se la stampa è stata terminata appena nell’aprile del 1997. L’89% dello spazio tipografico è riservato alla pubblicazione del Versuch einer Deütsch-Ladinischen Sprachlehre di Nikolaus Bacher (Micurá de Rü), redatta e corredata di copiosissime note da Lois Craffonara (1–304). A questa "parte del leone" del volume seguono due relazioni: l’Arbeitsbericht sull’ALD I num. 9 (307–330) e il Projekt zu den weniger verbreiteten Sprachen in der EU (EUROMOSAIC), presentato da P.J. Weber e P.H. Nelde (331–336). Tutti i contributi del volume sono in tedesco.
Il testo vero e proprio di N. Bacher è preceduto da una serie di capitoli introduttivi: introduzione – biografia – scritti (3–6), dati sullo stato linguistico della Val Gadera al tempo del Bacher (6–10), problemi redazionali e affini (11–16), elenco delle voci trattate in seguito nelle note a piè di pagina (17), bibliografia (18–21) e la prefazione del Bacher (23–30). La materia grammaticale viene esposta nelle pp. 31–186; seguono la raccolta di parole (Wörtersammlung) di più di 30 domini della vita quotidiana (religione, uomo, animali, casa, artigianato, città, guerra, strumenti musicali ecc.) e gli aggettivi ordinati alfabeticamente (187–229), vari dialoghi (Gespräche) (231–270), aneddoti, formule di lettere e rime (273–292); infine, l’appendice (293–299) con sei pagine autografe di N. Bacher (ma varie fotoriproduzioni si trovano in tutto il testo) e un dettagliatissimo sommario (300–304). Le numerosissime note di L. Craffonara (734, per la precisione!) attestano la sua acribia e l’amore per N. Bacher: esse entrano nei minimi dettagli, e soprattutto abbondano di indicazioni sulle inaspettate o inconseguenti soluzioni del Bacher (tipo "Man würde erwarten..."). A detta del redattore (3), i due contributi pubblicati nel vol. XVIII della rivista sono una utile introduzione "für die Beschäftigung mit dem Originaltext". – In conclusione: l’opera del Bacher, qui pubblicata dopo più di 130 anni, porta certamente i segni del tempo (esame di lettere anziché di suoni; condizioni sociali e di altro tipo riflesse nei brani ecc.), nonché varie inconseguenze; ciononostante, è un’opera importante e – secondo noi, soprattutto per quel che riguarda i brani, i dialoghi e le conversazioni – relativamente assai progredita, quasi all’altezza degli analoghi manuali odierni.
La relazione di lavoro (Arbeitsbericht) num. 9 dell’ALD I è firmata da cinque autori: Roland Bauer, Hans Goebl, Edgar Haimerl, Ulrike Hofmann e Heidi Pamminger. Ormai (fine 1994) la fase centrale è l’elaborazione delle cartine (307), la quale richiederà ancora del tempo. Nelle ultime inchieste (Cadore) si è voluta indagare la coscienza ladina della popolazione (308). Sul progetto in genere (conferenze, echi, innovazioni tecniche, correzione dei dati) riferisce R. Bauer (308–316); segue un resoconto dettagliato ed esauriente sul versante cartografico (316–328) e in calce si trova la bibliografia (329–330). Come nei resoconti precedenti sono davvero imponenti la quantità pressoché infinita dei dati raccolti, le svariate possibilità tecniche ed il lavoro di équipe alla base di tutto il progetto.
Gli autori Peter J. Weber e Peter H. Nelde si dedicano all’uso degli idiomi meno diffusi, secondo quattro temi: fonti, scala statistica sulla vitalità sociologica, interpretazione, raccomandazioni per la politica linguistica futura. Il progetto si articola in tre parti principali: raccolta di materiali già pubblicati, fonti ufficiali, inchieste dei relativi esperti. Le inchieste sono state svolte in otto domini della UE precipuamente sull’uso linguistico, in relazione ai rapporti tra maggioranza e minoranza. Nel dominio ladino, le inchieste (con un sostanziale aiuto di L. Craffonara) si sono concentrate sulla Val Gadera, meno sulle altre vallate. Tra l’altro si è notata una notevole disposizione della popolazione locale alla collaborazione. I risultati delle inchieste sono stati analizzati secondo i domini (analisi orizzontale) e secondo la vitalità del relativo idioma (analisi verticale). Fra gli otto domini investigati la Ladinia occupa il secondo posto. Il progetto formula anche alcune misure per il miglioramento della posizione sociolinguistica e le prospettive (336), cercando di collegare idiomi, culture ed economia. Come tale, il progetto ha importanza ed interesse tanto teorico quanto pratico (sociolinguistico). [Pavao Tekavi]

169. Ladinia XX, Sföi culturâl dai Ladins dles Dolomites, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin "Micurá de Rü", 1996, pp. 270.

Con questo numero, finito di stampare nel settembre del 1997, il nostro periodico abbraccia quattro lustri: i 20 volumi corrispondono dunque ad altrettanti anni di vita di Ladinia. È davvero un bell’anniversario che merita di essere festeggiato, tanto più che il contenuto, il lavoro redazionale ed il versante grafico continuano ad essere alla solita invidiabile altezza. Il volume XX ritorna alla pluralità di temi e contributi (16 in tutto: 13 articoli e tre recensioni). Le rubriche Injunta leterara, Quaestiones disputatae e Le documënt sembrano purtroppo scomparse (definitivamente? Speriamo proprio di no!).
La presente recensione, come in precedenza, si concentra sui contributi linguistici e filologici, limitandosi a citare in forma succinta i dati sui testi di altri argomenti.
Paul Videsott scrive sulla Wortschatzerweiterung im Ladin dolomitan (163–173). Il saggio, versione allargata di una conferenza tenuta a Zurigo, si apre con una breve allocuzione in ladino; in seguito si traccia la situazione attuale dell’idioma e si formulano due compiti per il futuro: a) rivitalizzare la formazione delle parole (FP) reprimendo i prestiti, b) unificare quanto possibile questi ultimi. Nel contempo si sottolinea la necessità di pianificazione linguistica. Molti modelli della FP sono presenti allo stato latente (generabili, diremmo), ma ci sono delle difficoltà: l’atteggiamento dei parlanti, l’inesistenza di una norma, la segmentazione dialettale. Con alcuni esempi si illustrano i vantaggi di una soluzione unitaria. Conclusione: una norma scritta unitaria ha un effetto positivo sul ladino, e la FP è un mezzo indispensabile per il funzionamento dell’idioma.
Giorgio Faggin firma il breve contributo I verbi "analitici" in friulano (175–181). Si tratta di verbi tipo fare fuori e sim., ed il testo è un capitolo della Grammatica friulana dell’A. (il cui sommario si trova nella nota 2). I verbi analizzati sono butâ, clamâ, <hapâ, <holi, dâ, dî, fâ, lâ, menâ, meti, parâ, petâ, puartâ, rompi, saltâ, tacâ, tignî, tirâ e tornâ, e gli avverbi che ne precisano (talvolta solo intensificano) il significato sono donfhe, ju, su, vie e certi altri.
Zarko Muljai ci informa su Una menzione del romanzo grigione dell’847 (183–185). Il canone del concilio di Magonza (a. 847), che riprende quasi alla lettera quello celebre dell’a. 813 di Tours, prova che i vescovi conoscevano bene la situazione linguistica della regione e che nei dintorni potevano esserci ancora gruppi di romanzofoni. L’assenza di glottonimi specifici si deve al fatto che i parlanti non erano ancora coscienti di parlare ormai una "minilingua bassa romanza soltanto orale" (185) (secondo noi, questa è la situazione che contraddistingue tutto l’Occidente romanzo dell’epoca).
La relazione di lavoro (Arbeitsbericht) 10 dell’ALD I, di Roland Bauer, Hans Goebl e Edgar Haimerl (191–221) rimane fedele allo schema precedente: enorme progresso compiuto, lavori svolti nel 1995 e 1996, raccolta di dati ormai finita, lato finanziario, contatti e visite. Segue un’altra volta un lungo resoconto dal lato tecnico (con certe importanti innovazioni). Al momento predomina l’attività cartografica (alcune riproduzioni dello schermo dell’Atlante sonoro si trovano alle pp. 204–209).
Importante e ricca di materiale è la recensione del volume VI (lettera S) del "Dizionario etimologico del ladino dolomitico" (Etymologisches Wörterbuch des Dolomitenladinischen) di Johannes Kramer, a firma di Otto Gsell (225–260). La lettera S da sola compare in ben 600 lemmi ed occupa così l’intero vol. VI. Essendo il vol. VII (T–Z) uscito già prima (® RID 20: 6, 104), resta adesso il vol. VIII (Indici). La recensione di Gsell, come al solito, fornisce molti dati nuovi, aggiunte e correzioni, dapprima in forma piuttosto estesa (225–252), in seguito in modo più succinto negli Addenda et corrigenda (253–259), seguiti da un supplemento bibliografico (260). Facciamo alcune osservazioni: 1. s.v. scusé: la parabola semantica "scusarsi > accettare > essere accettabile, soddisfare > essere corretto, piacere" ci sembra veramente tesa; 2. s.v. sdraié: se stratarse deriva da STRATARE (REW 8291a), come si spiega la conservazione della /t/ intervocalica?; 3. s.v. (san)sòne: da Grundbirne proviene non soltanto "istrokroat[isches]" kumpir, ma anche il croato standard krumpir, il serbo standard krompir e lo sloveno standard, ugualmente, krompir; 4. s.v. spiso: si accenna alla possibile provenienza (magari soltanto parziale) da SPASMUS, ma nulla si dice sull’evoluzione /a/ > /i/; 5. s.v. stlafè: per l’it. schiaffo si respinge la possibilità di una creazione onomatopeica ex nihilo, ma le onomatopee non sono mai creazioni ex nihilo (e, infatti, per stlinghiné, a p.247, si ammette la provenienza fonosimbolica, "lautsymbolische Natur"); 6. s.v. struchè: l’A. crede di scorgere una prova indiretta della incipiente palatalizzazione /u/ > /ü/ anche in veneziano, e precisamente nella regressione ulteriore da /ü/ sia ad /u/ che ad /i/, come si vede nelle forme siolo, siola, cior, sióser "suocero"; perciò egli non accetta la dissimilazione proposta dal Rohlfs, ma non spiega neppure perché questa pretesa traccia della palatalizzazione si dia soltanto nel dittongo /uo/; perciò la tesi del Rohlfs convince di più; 7. s.v. so-, secudí (a p.251; andrebbe a p.241?): ci domandiamo se non vi sia stata una qualche immistione dell’it. accudire ("accudire" e "servire" sono semanticamente vicini); 8. s.v. sëjura (p.255), da completare con sójora "suocera": l’A. spiega la forma con ë mediante l’omofonia con sëjora – sójora "falce", ma dov’è il contatto semantico? – In genere, la recensione di O. Gsell abbonda (fin troppo) di autocitazioni e non nasconde un certo carattere ironico, che finisce per irritare.
Sono in parte linguistici e filologici anche due articoli di Lois Craffonara: Rund um Osterbeichte und Osterkommunion im Gadertal (133–150) e Ladinische Beichtzettel aus dem vorigen Jahrhundert (151–161). Una minuziosa descrizione delle pratiche religiose (confessione e comunione, soprattutto a Pasqua) è completata da interessanti analisi linguistiche dei certificati di confessione (Beichtzettel) ottocenteschi in confronto con la lingua attuale. Ci sono molte riproduzioni fotografiche dei Beichtzettel.
Altri contributi nel vol. XX: J. Gallenmüller-Roschmann/P. Wakehut, Ethnische Identität: Ladiner in Südtirol 1991 und 1994 (5–17); D.E. Angelucci, Nuovi dati sulla preistoria delle Dolomiti. La campagna di scavo 1994 nei siti mesolitici del Plan de Frea (Selva Val Gardena) (19–37); L. Craffonara, Der Salzburger Hofmaler Jakob Zanusi (1679?–1742), ein unbekannter Buchensteiner (39–76, con molte riproduzioni, per lo più a colori, come pure nei tre testi seguenti); E. Trapp, "Das größte und schönste Studio von Florenz" – Zu Leben und Werk des Bildhauers Giovanni Insom (77–100); E. Trapp, Neues zum Werk des Bildhauers Dominik Mahlknecht (101–118); J. May, Hans Perathoner und das Leineweberdenkmal in Bielefeld. Ein Grödner Künstler im Ravensburger Land (119–131); H. Berschin, Questione ladina.
Grundrechnungsarten und Dialektometrie (187–189; cenno polemico a proposito di Th. Krefeld in Ladinia XVIII, ® RID 21: 6, 138). Altre recensioni: G. Plangg recensisce Battista Chiocchetti, Memorie della guerra austro-russa 1914 ("Kriegserinnerungen eines Ladiners von Moena"), con interessanti dati lessicologici (261–264) e V. Pallabazzer presenta una breve recensione di Franz Vittur, Fora por les sajuns dla vita – S’incuntè por crësce, operetta moralistico-pedagogica con implicazioni linguistiche (265–266).
Come terminare queste righe, se non nell’unico modo possibile e più che prevedibile: complimenti per il primo ventennio di vita di Ladinia, e auguri per i successivi. Vivant sequentes! [Pavao Tekavi]

170. Ladinia I (1977) – XX (1996), Sföi culturâl dai Ladins dles Dolomites, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin "Micurá de Rü".

Un bel periodico visto da un’angolazione alquanto insolita:
I. L’Istitut (Culturâl) Ladin "Micurá de Rü" (in seg.: ILMR) di San Martin de Tor in Val Badia pubblica dal 1977 la rivista Ladinia, di cui sono usciti finora 20 volumi (1977–1996; il vol. XX è stato stampato nel 1997). Venti volumi in altrettanti anni sono di per sé un bel risultato, tanto più che tutti e venti i volumi contengono contributi interessanti e scientificamente all’altezza; essi sono redatti bene, in veste grafica invidiabile. Il periodico, incentrato come è normale sull’area dolomitica, non trascura nemmeno gli altri due membri della famiglia linguistica tradizionalmente denominata retoromanza: il romancio ed il friulano; occasionalmente, poi, si prendono in considerazione domini e temi ben più ampi, come risulterà dalle pagine che seguono.
II. Poichè Ladinia è stata già recensita da noi in precedenza, non intendiamo ripetere i nostri giudizi in questa sede (cf. per i voll. I–XII: Linguistica 21/1981: 325–331, 26/1986: 202–210, 27/1987: 180–185, 30/1990: 224–228; XIII–XVI: Ce fastu? 69.2/1993: 287–290, 71.1/1995: 157–160; XVII–XVIII: Linguistica 36/1996: 111–114; XIV–XVIII: anche in RID 21: 6, 248–253; XIX–XX: RID 22: 6, 168–169). Vorremmo concentrarci invece su un aspetto secondario, "esterno" per così dire, della nostra rivista: gli annunci pubblicitari, inseriti in tutti i volumi. Tali annunci, pur non essendo ignoti neppure in altre riviste, sono particolarmente numerosi in Ladinia: infatti, nei volumi finora pubblicati ne abbiamo contati addirittura 273. Questa componente del periodico è un mezzo di divulgazione, per niente trascurabile, di tutto ciò che interessa la Ladinia, tutta la Retoromania e in non pochi casi addirittura la Romània. Non potendo ovviamente in questa sede elencare tutti e 273 gli annunci, dobbiamo effettuare una scelta, nei limiti del possibile rappresentativa. Quanto ai temi, prevalgono quelli linguistici, filologici e affini, ma non manca neppure la storia, l’arte, la geografia, l’etnografia, la politica linguistica (language policy) ecc. Dal punto di vista editoriale, si tratta di grammatiche, dizionari, antologie, riviste ecc. Abbiamo tentato di classificare gli annunci in categorie tematiche, ma siamo coscienti che non pochi di essi potrebbero entrare in più di una sezione (la cifra romana indica il volume di Ladinia, quella araba la pagina in cui si trova l’annuncio).
III. Grammatiche e monografie: 1. ". Nazzi Matalon; Dopre la tô lenghe Grammatiche furlane, Gorizia-Pordenone-Udine 1975 (I, 72); 2. G. P. Ganzoni, Grammatica ladina (Alta Engadina), Samedan 1977 (II, 66); 3. G. Zannier, El friulano, Montevideo 1972 (II, 144); 4. J. Curdin Arquint, Zur Syntax des Partizipiums der Vergangenheit im Bündnerromanischen mit Ausblick auf die Romania, Chur 1979 (IV, 37); 5. A. Bammesberger, Le parler ladin dolomitique du Val Gardéna, Strasbourg s.a. (IV, 15); 6. R. Liver, Manuel pratique de romanche sursilvan-vallader, Chur 1982 (VI, 250); 7. Th. Candinas, Romontsch sursilvan, Mustér 1982 (ib.); 8. Th. Gartner, Raetoromanische Grammatik, Heilbronn 1883, rist. anast. Vaduz 1984 (XI, 156); 9. K. P. Linder, Grammatische Untersuchungen zur Charakteristik des Rätoromanischen in Graubünden, Tübingen 1987 (XII, 56); 10. W. Eichenhofer, Diachronie des betonten Vokalismus im Bündnerromanischen seit dem Vulgärlatein, Zürich 1989 (XIII, 229); 11. B. Apollonio, Grammatica del dialetto ampezzano, Cortina d’Ampezzo 1987 [ed. anast.] (XIII, 276); 12. H. Siller-Runggaldier, Grödnerische Wortbildung, Innsbruck 1989 (XIII, 286); 13. A. Spescha, Grammatica sursilvana, Cuera 1989 (XIII, 292 e XVI, 206); 14. V. Pallabazer, Lingua e cultura ladina, Belluno [1987] (XIV, 112); 15. H. Kuen, Beiträge zum Rätoromanischen, Innsbruck 1991 (XV, 84); 16. A. Anderlan-Obletter, La rujeneda dla oma, Grammatica dl Ladin de Gherdëina, Bolzano 1991 (XV, 166); 17. D. Kattenbusch, Die Verschriftung des Sellaladinischen. Von den ersten Schreibversuchen bis zur Einheitsgraphie, ILMR 1994 (XVIII, 205); 18. K. von Ettmayer, Lombardisch-Ladinisches aus Südtirol, ristampa a c. di H. Goebl, ILMR 1995 (XIX, 306); 19. Th. Ebneter, Romanisch im Boden, in Trin und in Flims, Zürich 1995 (XX, 186).
IV. Dizionari: 1. A. Pellegrini, Vocabolario Fodom-Taliân-Todâsc Wörterbuch, Bolzano 1973 (I, 172), 1985 (IX, 29); 2. G. Frau, Dizionario toponomastico del Friuli-Venezia Giulia, Udine 1978 (II, 88); 3. ". Nazzi Matalon, Dizionario tascabile illustrato italiano-friulano, Udine 1978 (II, 157); 4. È. de Lorenzo Tobolo, Dizionario del dialetto Ladino di Comèlico Superiore, Bologna 1977 (III, 38); 5. M. Mazzel, Dizionario ladino-fassano (cazét) – italiano, Vich 1976, rist. 1983 (III, 245); aggiunta: Con indice italiano-ladino, ILMR 1995 (XX, 181); 6. E. Quaresima, Vocabolario anaunico e solandro, Firenze 1964 (IV, 65); 7. M. Tore Barbina, Dizionario pratico e illustrato italiano-friulano, Udine 1980 (IV, 65); 8. Th. Ebneter, Wörterbuch des Romanischen von Obervaz Lenzerheide Valbella, Tübingen 1981 (VI, 74); 9. G. Nazzi/G. Ricci, Dizionario dei modi di dire della lingua friulana, Udine 1982 (VI, 286); 10. G. Faggin, Vocabolario della lingua friulana, Udine 1985 (IX, 232); 11. D. Zudini/P. Dorsi, Dizionario del dialetto muglisano, Udine 1981 (VII, 216); D. Zudini, Dizionario inverso del dialetto muglisano, Trieste 1982 (VII, 216); 12. Pledari rumantsch grischun-tudestg tudestg-rumantsch grischun e Grammatica elementara dal rumantsch grischun, Cuira 1985 (IX, 254); 13. Regole d’Ampezzo, Vocabolario Ampezzano, Belluno 1986 (X, 40); 14. R. Scarry, Mi prim dizionèr/Mi pröm dizionar/Mie prum dizionar, Vich s.a. (X, 216); 15. A. Lardschneider-Ciampac, Vocabulèr dl ladin de Gherdëina, a c. di S. Mussner e L. Craffonara, ILMR 1992 (XVI, 90); 16. Dizionario Biografico Friulano, a c. di G. Nazzi et al., Udine 1992 (XVI, 100); 17. B. Cathomas et al., Pledari grond tudestg-rumantsch; deutsch-romanisch, Cuira 1993 (XVII, 116); 18. R. Bernardi et al., Handwörterbuch des Rätoromanischen, Buchs 1994 (XIX, 306).
V. Sociolinguistica, language policy, minoranze:1. L’entità Ladina Dolomitica, a c. di L. Heilmann, Vich 1977 (II, 66); 2. R. Viletta, Abhandlungen zum Sprachenrecht mit besonderer Berücksichtigung des Rechts der Gemeinden des Kantons Graubünden, Züricher Studien zum öffentlichen Recht 4 (II, 149); 3. Le dodici Italie. Le minoranze storico-linguistiche nello stato italiano, Firenze 1980 (IV, 242); 4. R. H. Billigmeier, A Crisis in Swiss Pluralism, Haag 1979 (IV, 259); 5. J. J. Furer, La mort dil Romontsch ni l’entschatta della fin per la Svizra, Cuera 1981 (V, 40); 6. P. Sture Ureland (ed.), Kulturelle und sprachliche Minderheiten in Europa, Tübingen 1981 (V, 55); 7. Helios, Ulon viver, ILMR s.a. (VI, 94); 8. 2½ sprachige Schweiz? Zustand und Zukunft des Rätoromanischen und Italienischen in Graubünden, Disentis 1982 (VI, 174); 9. W. Catrina, Die Rätoromanen zwischen Resignation und Aufbruch, Zürich-Schwäbisch Hall 1983 (VII, 98); 10. I. Camartin, Nichts als Worte? Ein Plädoyer für Kleinsprachen, Zürich-München 1985 (IX, 30); 11. L. Palla, I Ladini fra Tedeschi e Italiani, Venezia 1986 (X, 122); 12. F. Vittur, Vire cun plö lingac, Balsan 1988 (XII, 284); 13. H. Schmid, Eine einheitliche Schriftsprache – Luxus oder Notwendigkeit?, ILMR 1989 (XIII, 74); 14. M. Scroccaro, La Questione Ladina in Val di Fassa dal 1918 al 1948, Trento 1990 (XIV, 112); 15. W. Catrina, I Retoromanci oggi, Grigioni-Dolomiti-Friuli, Lugano 1989 (XIV, 350); [la denominazione Retoromanci è tautologica perché il romancio (e i Romanci) fa parte del gruppo tradizionalmente denominato retoromanzo; in altri termini, non c’è romancio che non sia reto(romanzo), mentre l’inverso non è vero, dato che il retoromanzo tradizionale include anche il ladino dolomitico e il friulano.]; 16. F. Calliari, La minoranza ladino-dolomitica, Rimini 1991 (XV, 46); 17. Atti del Convegno Europeo Innovazione nella tradizione, Problemi e proposte delle comunità di lingua minoritaria, Udine 1991 (XV, 310); 18. H. Rougier/A. L. Sanguin, Les Romanches ou la quatrième Suisse, Bern ... 1991 (XV, 318); 19. F. Kraas, Die Rätoromanen Graubündens. Peripherisierung einer Minorität, Stuttgart 1992 (XVI, 243); 20. W. Belardi, La questione del "Ladin Dolomitan", Bolzano 1993 (XVII, 192); 21. Südtirol und der italienische Nationalismus, Entstehung und Entwicklung einer europäischen Minderheitenfrage, I, Innsbruck 1994; II, ib. 1990 [sic] (XX, 17); 22. Al Plan, Storia y vita dal paîsc, coord. P. Videsott, Balsan 1993 (XIX, 340); 23. D. Gloor et al., Fünf Idiome – eine Schriftsprache?, Chur 1996 (XX, 131); 24. D. Kattenbusch (ed.), Minderheiten in der Romania, Wilhelmsfeld 1995 (XX, 189).
VI. Letteratura, antologie, fiabe: 1. D.B. Gregor, Friulan Language and Literature, Cambridge 1975 (I, 72); 2. Rätoromanische Märchen, a c. di/trad. da L. Uffer, Düsseldorf-Köln 1973 (I, 126); 3. G. Faggin/M. Zielonka, Friaulische Lyrik im zwanzigsten Jahrhundert, Eine Anthologie, San Daniele del Friuli 1975 (I, 180); 4. Classics de Leterature Ladine dal Friûl, Aquilèe 1974 (I, 180); 5. The Curly-horned Cow. Anthology of Swiss Romansh Literature, a c. di R. R. Bezzola, London 1971 (I, 192); 6. A. Crespo, Un siglo de poesía retorromana, Cuenca 1976 (II, 34); 7. Litteratura. Novas Litteraras, Cuera s.a. (II, 50); 8. D. Virgili, La flôr Letteratura ladina del Friuli, Udine 1978 (II, 158); 9. D. Zannier/A. di Spere, Raetia ’70 Antologjie de Poesie Ladine Grisone Resinte, Udine 1978 (II, 158); 10. B. Chiurlo, La letteratura ladina del Friuli, 1922, rist. anast., Udine 1978 (III, 48); 11. R. R. Bezzola, Litteratura dals Rumantschs e Ladins, Lia Rumantscha 1979 (III, 68); 12. Rumantscheia, Eine Anthologie rätoromanischer Schriftsteller der Gegenwart, Zürich-München 1979 (III, 100); 13. Prose Friulane del Goriziano (1855-1922), a c. di G. Faggin, Udine-Trieste 1973 (III, 232); 14. Soreli-Soleil, Poètes frioulans d’aujourd’ hui traduits en neuf langues néolatines, Locarno 1979 (ib.); 15. Nos ciantun, Liber da Cianties dai Ladins dles Dolomites, ILMR 1981 (V, 308); 16. Octopus Verlag, Rätoromanische Chrestomathie von Caspar Decurtins (VI, 253); 17. G. D’Aronco, Nuova antologia della letteratura friulana, Udine 1982 (VI, 283); 18. W. Belardi, Antologia della lirica ladina dolomitica, Roma 1985 (IX, 234); 19. R. Pellegrini, a c. di, Un "canzoniere" friulano del primo Cinquecento, Udine 1984 (VIII, 168); 20. W. Belardi, Poeti ladini contemporanei. Prime schede critiche, Roma s.a. (VIII, 178); 21. ˆianté cun plajëi. ˆianties y rimes por nüsc mëndri, ILMR s.a. (IX, 212); 22. G. Deplazes, Funtaunas. Istorgia da la litteratura rumantscha per scola e pievel, Lia Rumantscha 1987 ss. (XI, 28); 23. Union Scritôrs Furlans, Gnovis pagjinis furlanis num. 5, Udine s.a.(XI, 112); 24. Wie eine Viole in Casarsa. Friulanische Gedichte, Brazzano 1988 (XII, 287); 25. Märchen aus den Dolomiten, a c. di U. Kindl, München 1992 (XVI, 222); 26. Pietro Zorutti e il suo tempo, a c. di R. Pellegrini/F. Besco/A. Deganutti, San Giovanni al Natisone 1993 (XVI, 244); 27. Si scrive. Rivista di letteratura: W. Belardi, Aspetti antichi e nuovi della letteratura ladina dolomitica, Antologia minima della lirica ladina; G. Faggin, La poesia ladina del Friuli del Novecento; Ch. Pult, Cenni sulla lirica romancia nei Grigioni, Cremona s.a. (XX, 38); 28. W. Belardi, Breve storia della lingua e letteratura ladina, ILMR 1996 (XX, 226).
VII. Storia, avvenimenti e personaggi locali notevoli: 1. P. Cavigelli, Die Germanisierung von Bonaduz in geschichtlicher und sprachlicher Schau, Frauenfeld 1969 (I, 72); 2. A. Steinhauser, Die Gerichte Buchenstein und Thurn an der Gader von 1500-1590, ILMR 1979 (III, 230); 3. E. Moroder, Die Moroder, Bozen 1980 (IV, 101); 4. L. Pauli, Die Alpen in Frühzeit und Mittelalter, München 1980 (IV, 218); 5. G. Richebuono, Le antiche pergamene di San Vito di Cadore, Belluno 1980 (IV, 242); 6. R. Lunz, Archäologie Südtirols, Bozen 1981 (V, 245 e VI, 17); 7. Antichità Altoadriatiche XIX: Aquileia e l’Occidente, Udine 1981 (V, 292); 8. R. Lunz, Venosten und Räter, Ein historisch-archäologisches Problem, Calliano 1981 (V, 302); 9. R. Lunz, Steinzeit-Funde von der Seiser Alm, Calliano 1982 (VI, 40); 10. G. Zanderigo Rosolo, Appunti per la storia delle Regole del Cadore nei secoli XIII-XIV, Belluno 1982 (VI, 284); 11. G. Schneider-Schneckenburger, Churrätien im Frühmittelalter. Auf Grund der archäologischen Funde, München 1980 (VII, 212); 12. L. Pauli, Le Alpi: archeologia e cultura del territorio. Dall’Antichità al Medioevo, Bologna 1963 (VII, 212); 13. A. Loss/M. Valentino, Mazzin di Fassa, Analisi e proposte per il recupero di un centro storico del Trentino, Vich 1983 (VII, 252); 14. T. Demetz, Sëlva zacan y sën, ILMR 1984 (VIII, 143); 15. I. Vallazza, Livinallongo. Memorie storiche e geografiche, Belluno 1984 (IX, 170); 16. R. Heuberger, Rätien im Altertum und Frühmittelalter, Aalen 1932, rist. 1981 (XI, 181); 17. P. Alverà, Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi fino al XX secolo, Cortina 1985 (XI, 182); 18. B. Richebuono, Storia di Ladins dles Dolomites, ILMR s.a. (XII, 189); 19. 10 agn Istitut Ladin "Micurà de Rü" 1977-1987, Bozen 1988 (XII, 284); 20. B. Richebuono, Pitla storia di Ladins dla Dolomites, ILMR 1990/1991 (XIV, 86; XV, 166); 21. Colonie e legionari romani nel Friuli celtico, Pordenone 1986 (XIII, 292); 22. G. C. Menis, History of Friuli. The Formation of a People, Pordenone 1988 (XIV, 350); 23. L. Palla, Fra realtà e mito. La Grande Guerra nelle valli ladine, Milano 1991 (XV, 56); 24. B. Richebuono, Kurzgefasste Geschichte der Dolomitenladiner, ILMR 1991 (XVI, 70); 25. B. Richebuono, Breve storia dei Ladini dolomitici, ILMR 1991 (XVI, 87); 26. E. Perathoner, La ferrata de Gherdëina. Die Grödner Bahn, Bozen 1992 (XVI, 240); 27. G. Richebuono, Storia di Ampezzo. Studi e documenti dalle Origini al 1985, Cortina 1993 (XVII, 18); 28. Archeologia nelle Dolomiti (e Archäologie in den Dolomiten). Ricerche e ritrovamenti nelle valli del Sella dall’età della pietra alla romanità, San Martin de Tor/Vich 1993 (XVII, 96); 29. G. Rabeder, Les laûrs de Conturines, Balsan 1993 (XVII, 195); 30. F. Vittur, Una vita, una scuola. Cenni di storia della scuola ladina, Bolzano 1994 (XIX, 337); 31. L. Palla (a c. di), Vicende di guerra sulle Dolomiti (1914–1918), Uniun Generela di Ladins dla Dolomites, Sezion da Fodom 1995 (XX, 150).
VIII. Etnografia e folclore: 1. G. Alton, Proverbi, tradizioni ed aneddoti delle Valli Ladine orientali con versione, Innsbruck 1881, rist. 1974 (II, 50); 2. A. Morlang, Fanes da zacan, ILMR 1978 (II, 150); 3. D. Zannier/G. Zof, Tradizioni artigiane in Friuli. Immagini di un mondo che scompare, Udine 1978 (II, 170); 4. A. A. Kostner, Ladinisches Vermächtnis. Natur, Mythos, Bauernkultur in den Dolomiten, Bozen 1980 (IV, 138); 5. A. Nicoloso Ciceri, Tradizioni popolari in Friuli, 2 voll., Reana del Rojale 1982 (VI, 220); 6. S. Bassetti/P. Morello, Contrada y architetöra da paur dles valades ladines dles Dolomites, Calliano 1983 (VII, 36); 7. Paesaggio e architettura rurale nelle valli ladine delle Dolomiti, a c. di S. Bassetti/P. Morello, Calliano 1983 (VII, 252); 8. S. Boquoi-Seifert, Die Kleidung der Grödnerin, Innsbruck 1984 (VIII, 116); 9. H. v. Rossi de S.ta Juliana, Märchen und Sagen aus dem Fassatale I, Innsbruck 1912, rist. Vich 1984 (VIII, 116); 10. A. v. Mailly, Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie, a c. di M. Matietov, Gorizia 1986 (X, 131); 11. Ch. Caminada, Graubünden. Die verzauberten Täler. Die urgeschichtlichen Kulte und Bräuche im alten Rätien, Disentis 1986 (XI, 182); 12. M. Demetz, Hausierhandel. Hausindustrie und Kunstgewerbe im Grödental, Innsbruck 1987 (XI, 218); 13. Faceres. Maschere lignee del Carnevale di Fassa,Vich 1988 (XII, 91); 14. M. Kettnaker, Hausinschriften. Darstellung und Interpretation einer Alltagskultur im Engadin, im Münstertal und im oberen Albulatal, Chur 1988 (XIII, 276); 15. V. Pallabazzer, Paranormale e Società Dolomitica. Credenze miti fenomeni strani e meravigliosi delle genti ladine, Vich 1992 (XVI, 222); 16. O. Vasella, Geistliche und Bauern. Ausgewählte Aufsätze zu Spätmittelalter und Reformation in Graubünden und seinen Nachbargebieten, a c. di U. Brunhold/W. Vogler, Chur 1996 (XX, 162).
IX. Arti figurative: 1. E. Gellner, Architettura Anonima Ampezzana, Padova 1981 (V, 270); 2. J. Weingartner, Die Kunstdenkmäler Südtirols I, Bozen-Innsbruck-Wien 1985 (IX, 113); 3. J. Gasteiger/M. Vallazza, Jos. Moroder Lusenberg 1846–1939, Bozen 1985 (IX, 116); 4. M. Buora et al., La scultura in Friuli I: Dall’epoca romana al gotico, Pordenone 1983 (IX, 231); 5. K. Gruber, Êrt tla Val Badia – Arte in Val Badia, Uniun di Ladins Val Badia 1987 (XI, 59); 6. J. Gasteiger, Jan Matî Pescoller Depenjadú y decoradú 1875–1951, ILMR 1988 (XII, 218); 7. N. Rasmo, Gli scultori Vinazer. Origini dell’attività scultorea in Val Gardena, Ortisei 1989 (XIII, 34); 8. E. Trapp, Dominik Mahlknecht [...]. Ein Grödner als französischer Staatskünstler, ILMR 1991 (XV, 46); 9. Museo Civico di Riva del Garda, Giuseppe Craffonara (1790–1837), Trento 1991 (XV, 84); 10. F. Ferrari O.F.M., Cipriano Pescosta, Bologna 1992 (XVI, 221); 11. St. A. Pitscheider, Die sakrale Kunst in La Val/Wengen, Bozen 1991 (XVII, 196); 12. A. Stolzenburg, Giuseppe Craffonara, Frankfurt-Washington 1994 (XVIII, 324); 13. Artisc dla Val Badia, Ert por i Ladins 1996 (XX, 264).
X. Musica: 1. ILMR, Jan Batista Runcher (1714–1791). Magnificat (III, 260); Idem, Usc singoles (V, 99); 2. G.B. Runcher, Messa in re maggiore per soli, coro e orchestra, ILMR 1989 (XIII, 74); 3. H. Craffonara, Jan Batista Runcher, ILMR 1991 (XV, 64); 4. G. B. Runcher, Sonata per organo in sol maggiore, Trento 1991 (XV, 64); 5. G. B. Runcher, Sinfonia in re maggiore per corni ed archi, ILMR 1990 (XV, 202); 6. G. B. Runcher, Messa in do maggiore per soli, coro e orchestra, ILMR 1991 (ib.); 7. Mëssa dedicada al Beât Ojöp Da Oies componüda da Cesar Bresgen, ILMR 1992 (XVI, 69); 8. G. B. Runcher, Responsori della Settimana Santa a tre voci virili, ILMR 1992 (XVI, 70); 9. CD cun musiga de J. B. Runcher, ILMR 1992 (XVI, 128); 10. Musica e Canto Popolare in Val di Fassa, I vol. [7 autori], (= Mondo Ladino XIX), Vich 1995 (XX, 268).
XI. Chiesa e temi affini: 1. F. Bornemann, Der selige P.J. Freinademétz 1852–1908. Ein Steyler China-Missionar, Bozen 1977 (I, 20); 2. F. Morlang, (1828–1875), Missione in Africa Centrale (Diario 1855–1863), Bologna 1973 (IV, 276); 3. M. Mauri, Nelle case del padre. Chiesa e minoranze etniche in Italia, Brescia 1981 (V, 56); 4. F. Bornemann SVD, Giuseppe Freinademetz. Missionario Verbita in Cina, Bologna 1980 (V, 236); 5. F. Ulliana, Tornare con la gente. Clero e identità friulana, Udine 1982 (VII, 46); 6. La Bibie, Udine (VII, 192); 7. Laldun L’Signur, ILMR 1984 (VIII, 140); 8. M. Runggaldier/K. Mahlknecht, St. Ulrich in Gröden, Brixen 1991 (XV, 63); 9. S. A. Pitscheider, Die Pfarrkirche von St. Vigil in Enneberg, Bozen 1991 (XVII, 196); 10. San martin de Tor. 500 agn dla dlijia, Rezia num. 25, 1994 (XIX, 340); 11. F. Ghetta, Die Kirche zur heiligen Juliana in Vigo di Fassa, Bozen 1994 (XX, 76).
XII. Geografia, agricultura, turismo e temi affini: 1. P. Anich (1723–1766)/B. Hueber (1735–1814), Cherta dles velades ladines, Atlas Tyrolensis plates III, VIII, IX, XIII y XIV, ILMR s.a. (III, 107); 2. Ladinien. Land und Volk in den Dolomiten, Bozen 1979, rist. dell’ed. del 1963/64, (III, 224); 3. I. De Zanna, Confini del territorio comunale di Cortina d’Ampezzo, Cortina 1977 (V, 292); 4. C. C. Desinan, Agricoltura e vita rurale nella toponomastica del Friuli-Venezia, Pordenone 1982 (VII, 48); 5. Il Pordenone, a c. di C. Furlan, Milano 1984 (VIII, 197); 6. K. Knötig, Die Sonnenburg im Pustertal, Bozen 1985 (IX, 120); 7. Cherta dl Chemun de Urtijëi con i inuemes ladins, Lia per Natura y Usanzes (IX, 136); 8. K. Mahlknecht/M. Runggaldier-Mahlknecht, 1885–1985. Der Fremdenverkehr in St. Ulrich/Gröden, Bozen 1985 (XI, 258); 9. In Guart. Anime e contrade della Pieve di Gorto, a c. di M. Michelutti, Udine 1994 (XVIII, 252); 10. 1: Mito e Storia della Carnia: La Carnia in Età Moderna [8 autori], Udine 1992 (XX, 174); 2: Mito e Storia della Carnia: Cultura Materiale in Carnia. Fonti, Ideologia, Realtà [12 autori], Udine 1993 (XX, 182).
XIII. Onomastica: 1. R. v. Planta/A. Schorta, Rätisches Namenbuch I: Materialien, Bern 1979 (III, 142); 2. H. Stricker, Die romanischen Orts- und Flurnamen von Wartau, Chur 1981 (V, 21); 3. C.C. Desinan: v. § XII., num. 4; 4. J. Tarneller, Eisacktaler Höfenamen, Tappeiner Verlag 1984 (VIII, 100); 5. V. Pallabazzer: v. § III., num. 14.
XIV. Raccolte bibliografiche: 1. Romanica Raetica. Studis Romontschs 1950–1977. Bibliographisches Handbuch, 1–2, Chur 1977–1978 (II, 28); 2. Mezzo secolo di cultura friulana. Indice delle pubblicazioni della Società Filologica Friulana, (1919–1972), Udine 1974; Supplemento 1 (1973–1974), ib. 1975, a c. di L. Peressi (II, 34); 3. M. Iliescu/H. Siller Runggaldier, Rätoromanische Bibliographie, Innsbruck 1985 (IX, 46); 4. Bibliografia Retorumantscha (1552–1984) (IX, 202).
XV. Varia cultura: 1. Friaul lebt. 2000 Jahre Kultur im Herzen Europas, a c. di G. C. Menis/A. Rizzi, Wien-Freiburg-Basel 1977 (III, 145); 2. Enciclopedia monografica del Friuli-Venezia Giulia, Udine 1977 sgg. (VI, 284); 3. L. Craffonara, I Ladins dles Dolomites – dla Dolomites, ILMR 1989 (XIII, 73); 4. Cultura friulana nel Goriziano, Gorizia 1988 (XIII, 184); 5. TRAS forum culturel, Urtijëi s.a. (XVIII, 324); 6. Mito e storia della Carnia ecc.: v. § XII, num. 10; 7. Calënder de Gherdëina, Uniun di Ladins (XX, 267); 8. Calënder Ladin, Ert por i Ladins, Val Badia (ib.).
XVI. Riviste, periodici: 1. Etnie (V, 56; IX, 256; X, 178; XIII, 289); 2. Europa Ethnica, (XIII, 184; XIV, 111; XV, 215; XVII, 12; XIX, 337; XX, 132); 3. La Patrie dal Friûl, (XVI, 206); 4. La pressa ladina/furlana/rumancia; Dolomites: La Usc di Ladins, Pedraces; Friûl: Int Furlane, Udin; La Patrie dal Friûl, Darte, Val e Rualp; Grijun: Fögl Ladin, Samedan; Gasetta Romontscha, Mustér; La Casa Paterna – La Pùnt, Trin, Ziran; La Pagina da Surmeir, Savognin (IV, 96); 5. La Usc di Ladins (XIV, 304); 6. Progrom. Zeitschrift für bedrohte Völker, Göttingen-Wien (XI, 246; XIV, 324); Pogrom ecc. (XV, 104; XVII, 95; XVIII, 206; XX, 18); 7. Usc dles Dolomites, ILMR 1981 (V, 100).
XVII. Eccoci arrivati al termine della nostra rassegna che, per quanto lunga, non elenca tutti i titoli (soltanto 204 dei 273 complessivi). La nostra scelta può parere arbitraria (come qualsiasi selezione), e altrettanto soggetta a discussioni sarà certamente anche la tentata categorizzazione. Eppure, speriamo di aver offerto un campione rappresentativo dell’abbondanza degli annunci inseriti in Ladinia. Quello che vale per la rivista stessa è valido senz’altro anche per gli annunci pubblicitari: ampiezza dei temi e delle regioni, gran numero degli autori (anche di paesi assai lontani), bella veste tipografica. Alla pari di Ladinia, pure gli annunci pubblicitari sono una Enciclopedia Retoromanza sui generis, di notevole importanza per chi si interessa di questa interessante parte del grande Mondo Neolatino. [Pavao Tekavi]

171. Johann Alton, Die ladinischen Idiome in Ladinien, Gröden, Fassa, Buchenstein, Ampezzo, Innsbruck, Wagner, 18791, pp. 376; ristampa anastatica: Sala Bolognese, Arnaldo Forni editore, 1990.

Per il lettore non specialista è forse opportuno precisare che quest’opera (priva di indici e di titoli correnti) – eccezionale nel 1879 e ancora oggi di notevole utilità, nonché documento di primaria importanza per la storia e la cultura della Ladinia dolomitica – contiene una fonetica storico-comparativa (pp.27–80), una grammatica (81–126) e un "glossario" (129–375, seguito da una pagina di "emendamenti") che hanno per proprio oggetto l’insieme delle parlate ("idiomi") delle valli di Marebbe e di Badia ("Ladinien"), della Val Gardena ("Gröden"), della valle di Fassa, del Livinallongo ("Buchenstein") e della Valle di Ampezzo (con il suo centro principale che è Cortina d’Ampezzo). Il glossario contiene anche, subito dopo l’esponente, tra parentesi, una indicazione etimologica. Le abbreviazioni usate dall’autore si trovano elencate a p.26. Informazioni sommarie sulla "pronuncia delle singole lettere" (ivi comprese quelle integrate con i segni diacritici adoperati dall’autore) si trovano a pp.78–80.
Il libro non è di facile e immediata consultabilità, non solo a causa delle caratteristiche interne anzidette, di una composizione tipografica non proprio ortodossa, ma anche in ragione della complessa (trilingue) terminologia toponomastica e glottonomastica corrente, che è frutto delle vicende storiche, nonché, infine, in ragione della trascrizione fonetica usata dall’autore, oggi del tutto obsoleta.
Già nel titolo si riflette la complicata semantica di ladino. Limitato il discorso all’area centrale dolomitica (poiché ladin ricorre anche in Engadina e in Spagna), in senso strettissimo e glottonomastico, ladino nell’uso locale indica – come è ben noto – la parlata di San Martin de Tor (San Martino) e dintorni nella bassa Val Badia (o Badia settentrionale), in quanto gli abitanti stessi con baié ladin intendevano e ancora intendono l’esprimersi nella loro parlata, che essi stessi ben avvertono diversa dalle altre parlate, pure affini, dei paesi circostanti (badiot in senso stretto si applica all’alta Val Badia). In senso meno stretto ladin vuole dire ladin + badiot, e in uno meno stretto ancora vuole dire ladin + badiot + mareo (della Valle del Marebbe, affluente del fiume Gadera, da San Vigilio a Longega). Il toponimo Ladinien che compare nel titolo del libro dell’Alton si riferisce a questa applicabilità meno stretta, e comprende, pertanto, l’insieme delle valli di Badia (da Pera Forada fino a Colfosco, escluso questo, se si vuole, avendo Colfosco gravitato per secoli nell’orbita gardenese di Selva ed essendo appartenuto da tempi remotissimi alla parrocchia di Laion) e di Marebbe (in tedesco usualmente Enneberg, che però aveva una applicabilità territoriale più vasta, in quanto comprendeva anche il territorio della Badia situato a destra del Gadera). L’aggettivo ladinisch, presente anch’esso nel titolo del libro, ha invece un senso più esteso (come anche in italiano) fino a comprendere l’insieme linguistico delle quattro vallate, per così dire, "sellane" (Badia, Gardena, Livinallongo e Fassa, così nell’ordine in cui figurano nel titolo, con Marebbe da aggiungere a Badia), e in un senso ancora più esteso comprende perfino l’ampezzano della vallata di Cortina (esiste inoltre, dall’Ascoli in poi, un significato di massima latitudine, che abbraccia grigionese, ladino dolomitico, comelicese compreso, e friulano). Per i non addetti, dunque, il titolo del libro può risultare un vero rompicapo.
Benché l’ampezzano, genealogicamente, faccia parte piuttosto dell’area linguistica cadorina, la lunga storia politica e un certo orientamento culturale tradizionalista, ancora vigoroso a Cortina, hanno attratto una parte degli Ampezzani verso la cultura linguistica sellana. Le vivaci polemiche (tra Carlo Battisti e la cultura locale di Cortina) della prima metà di questo secolo sulla "collocazione" ideologico-linguistica di Cortina d’Ampezzo, e i risultati alterni e incerti di elezioni amministrative e di "plebisciti" di questa seconda metà di secolo – un secolo divenuto sensibile al problema delle autonomie locali – testimoniano che l’anima ampezzana è tutt’ora spartita tra il polo veneto-italiano e quello ladino-tirolese. Quest’opera dell’Alton, il quale aveva bene assimilato la dottrina esposta da Micurà de Rü (= N. Bacher) nella sua grammatica manoscritta, ci testimonia in modo assolutamente chiaro che l’intelligenza locale sellana, nella seconda metà del XIX secolo, per ragioni (o sentimenti) di politica culturale, estendeva il concetto di "Ladinia (linguistica)" fino a comprendere anche Cortina. Non bisogna dimenticare che, nella ristrutturazione politico-amministrativa del 1868, l’area etno-linguistica ladina fu distribuita nei capitanati di Bolzano, di Cavalese, di Brunico e di Ampezzo-Livinallongo; dei quattro, proprio e solo l’ultimo – il più piccolo dell’Impero austro-ungarico – era interamente e unicamente ladino.
Janbatista (Tita l’ipocoristico) Alton (* 21.11.1845 – † 3.4.1900) era un ladino: figlio del contadino Francesco Altòn e di Maria Pescosta era nato nella modestissima casa rustica paterna di Peciei presso Colfosco. Il cognome – secondo il solito – era propriamente il nome dell’insediamento abitativo, registrato come de Don nel 1563, e come de Alton nel 1609 (poi anche Althannhof nei registri amministrativi in lingua tedesca).
Studente a Bressanone e poi al liceo di Trento, l’Alton si era laureato nel 1870 in lingue classiche e moderne all’Università di Innsbruck (soggiornando per due anni a Parigi per perfezionare il suo francese). Dopo avere insegnato nel ginnasio di Trento, era passato a Praga dove aveva esercitato dal 1873 al 1880 ("Professor am Neustaedter Gymnasium in Prag" figurava nel frontespizio dell’edizione originale; nel rifacimento del frontespizio della ristampa anastatica questa indicazione, in sé preziosa, è stata omessa). Fu successivamente trasferito a Vienna, e infine fu nominato nel novembre del 1899 preside del ginnasio-liceo di Rovereto. Una personalità "europea" diremmo noi oggi, che sembrava destinata sempre più ad affermarsi. A Rovereto l’Alton lavorò, purtroppo, per pochissimo tempo: il 3 aprile del 1900 fu sgozzato nel suo studio da un ladro (ladino anch’esso) che pochi istanti prima aveva colpito a morte anche una sua giovanissima nipote (cf. la biografia ricostruita anche su testimonianze orali dell’epoca da Franzl Pizzinini, Prof. Dut. Janbatista Alton, Balsan, Ferrari-Auer, 1962, 50 pp.).
Autore anche di molte altre opere di vario genere sui Ladini: da ricordare: Proverbi tradizioni e anneddoti [sic] delle valli ladine orientali con versione italiana, 1879; Rimes ladines in pért con traduzion taliana, 1885; Stóries e chiánties ladines, 1895, tutte edite a Innsbruck. Dal volume qui recensito è stato estratto e pubblicato nel 1968 (Bressanone, Tipografia Weger; edizione locale) un manualetto di grammatica badiotta, con adattamenti, aggiunte e correzioni a cura di Franz Vittur e Guntram Plangg, con annotazioni per il marebbano curate da Alex Baldissera, con il nuovo titolo L ladin dla Val Badia. Come autore figura pur sempre nel frontespizio "J. B. Alton".
Tita Alton aveva messo mano al lavoro qui recensito prima ancora della pubblicazione dell’opera fondamentale dell’Ascoli sulla ladinità linguistica (Saggi ladini, 1873), cioè appena laureato (cf. pp.15 e 25). Il particolare è da tenere presente per capire il perché delle singolarità grafiche usate dall’Alton. Egli stesso ci dice di avere potuto utilizzare il lavoro dell’Ascoli quando oramai il suo era avanzato di molto; sì che gli parve opportuno non tornare sui propri passi a modificare il proprio sistema. Né d’altra parte circolavano al tempo dell’Alton sistemi ortografici nelle singole valli. Occorre pertanto tenere a mente che l’Alton rende la vocale anteriore chiusa procheila ü [y] (come quella segnata nella ortografia francese moderna mediante "u", quando non seguita da nasale tautosillabica) ricorrendo a un puntino sovrapposto alla lettera "u" (in parole badiotte, ad esempio, scritte oggi come füch, lüch); rende invece la vocale anteriore semiaperta procheila ö [œ] mediante un puntino sottoposto alla lettera "u" (in parole badiotte scritte oggi come cöje "cuocere"). Mi pare che l’Alton soprassieda a più sottili distinzioni come quella tra il "ladino" di San Martino rispetto al marebbano di San Vigilio nel senso di "nuovo" (anche "nove"!): sia nel glossario (272) sia nella fonetica (38) l’Alton ha solo nu con il puntino sottoposto alla lettera "u". In genere, sembrerebbe – così pensa anche D. Kattenbusch, Die Verschriftung des Sellaladinischen, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin, 1994, p.91 – che l’Alton, nel comparto delle vocali anteriori (palatali) labializzate, abbia evidenziato graficamente più la pronuncia tipica della sua parlata materna di Colfosco (questa varietà non possiede [ü]) che non la realtà fonetica, talvolta complessa, della Val Badia vera e propria. In effetti il caso di non è isolato; anche "prum" con un punto sottoposto ad "u" (l’etimo è il lat. cePZif, con [i:]) può rappresentare nello stesso tempo tanto la pronuncia di Colfosco (con un [u] solo leggerissimamente avanzato) quanto il prüm della restante Badia, ma non suggerisce certo al lettore che a San Vigilio si dice pröm.
Ad ogni modo, il glossario dell’Alton può ben dirsi un primo, ampio, tentativo di fornire un quadro comparativo del lessico della Ladinia dolomitica centrale. A esponente stanno le forme "ladine" cioè badiotte, seguono le forme delle altre parlate.
L’estensione geolinguistica della documentazione lessicale così come è stata raccolta ed esposta dall’Alton si presterebbe oggi ad essere oggetto di discussione in merito al grado di obiettività. Le indagini lessicologiche moltiplicatesi nel corso del presente secolo, da quelle del Tagliavini in poi sul livinnalese fino a comprendere Colle Santa Lucia e sul comelicese, hanno ampiamente dimostrato che numerose isolessi "ladine" non si arrestano lungo la linea dell’antico confine italo-austriaco, al quale l’Alton si è invece fermato (pur partecipando egli pienamente anche della cultura italiana), bensì si estendono molto più a sud, così come si estendono più a nord del confine austro-svizzero. E ciò è naturale che sia, in quanto l’antico alto-italiano, prima di essere "italianizzato" dal sud, formava con il retoromanzo, il sellano etc. antichi un’area compatta di assoluta impronta galloromanza, non italoromanza, entro la quale non esistevano confini politici a dare forma alle isolessi.
Può ben dirsi, dunque, che la scelta e la selezione effettuate dall’Alton nei riguardi della documentazione lessicale "ladina" rispecchiano una sottesa, quasi impalpabile, ideologia politico-culturale, che dovette stare alla base, del resto, della stessa formazione scientifica dell’Alton. Questo libro stesso dell’Alton poi contribuirà a consolidare a sua volta nei decenni successivi, nell’ambito degli studi ladini, una configurazione ideale dello "status" autonomo del lessico ladino in uso nell’area ex austriaca, configurazione che più recenti opere lessicografiche, scavalcando di non poco il vecchio confine italo-austriaco verso Sud-Est, hanno dimostrato non corrispondere in pieno alla realtà linguistica. Basti citare le estese raccolte lessicali di V. Pallabazzer per il tratto Laste-Alleghe, includendo a occidente Rocca Pietore e a oriente Selva di Cadore e Pescul, e di G. B Rossi per il bacino del Cordevole, estendendosi fino a comprendere sopravvivenze ladine nell’Agordino. [Walter Belardi]

172. Eduardo Blasco Ferrer, "La mano sinistra in ladino e il problema dell’interferenza linguistica", in Miscellanea di Studi in onore di Giulia Mastrelli Anzilotti, Firenze 1992: 27–39. [Archivio per l’Alto Adige, 86].

L’A. sostiene l’ipotesi che nel caso del tipo lessicale ladino (engadinese, norditaliano) zank(a), ank(a)/amp(a) (cf. l’alemannico, bavarese tengge, tenk) l’etimo è da cercare in un "elemento paleogotico, germanico antico, penetrato precocemente nell’area settentrionale dell’Italia e nelle zone contermini al di là delle Alpi e accettato dal latino regionale del Noricum e della Raetia" (31), cioè *tênk–, con necessari cambiamenti fonetici consecutivi sotto l’influsso del prefisso ex- e a causa dell’interferenza con (mano) manca "imperfetta, difettosa" (cf. emil., romagn. la mano stanca). [Dieter Kattenbusch]

173. Walter Belardi, La questione del "Ladin Dolomitan", edito dalla Union Maestri Ladins Val Badia, Bolzano, Pluristamp, 1993, pp. 78.

Da anni ormai nelle vallate ladine dolomitiche si discute sull’opportunità di una lingua scritta unitaria denominata "Ladin Dolomitan".
Tale progetto prevedrebbe il rafforzamento di un’unità linguistica tra i ladini delle Dolomiti tramite un codice scritto unitario ad uso di mass-media, quotidiani e periodici, pubblicazioni di interesse comune ecc. Negli ultimi tempi il progetto "L. D." ha suscitato numerose perplessità tra gli abitanti delle valli e difficoltà di natura prevalentemente politica. L’arma con la quale si mette in discussione la creazione di una lingua scritta unitaria è l’"artificiosità" di una lingua creata a tavolino contro il purismo proprio della lingua degli avi.
È attorno a queste tematiche che W. Belardi prende posizione nel presente lavoro, analizzando la situazione storica ed attuale. Se da una parte il "Ladin Dolomitan" è voluto e considerato necessario dalle associazioni e dalle istituzioni culturali ladine, dall’altra sono soprattutto le forze politiche locali a nutrire seri timori nei confronti dello status quo esistente. Il professor Belardi, dopo aver soppesato i vantaggi e gli svantaggi che una lingua unificata apporterebbe al patrimonio linguistico ladino, avverte i ladini stessi di non farsi condizionare da pregiudizi e valutazioni di ordine locale e politico. L’intera storia della persona è qualcosa di artificiale e ogni generazione costruisce, cambia, progredisce sulle fondamenta delle generazioni precedenti. Così le tradizioni, gli usi, i costumi e in modo particolare le lingue, vengono mantenute o cambiate spontaneamente. Perciò non c’è contraddizione tra "lingua artificiale" e "lingua spontanea" poiché l’una e l’altra costituiscono entità complementari. Le lingue scritte moderne non si sono sviluppate spontaneamente – ricorda sempre l’A. –, ma si sono affermate tramite decisioni, scelte precise sia per quel che riguarda la forma che la costruzione delle parole stesse. In questo contesto il "Ladin Dolomitan" non è una lingua nuova ma un complesso di regole grafiche, morfologiche e sintattiche da regolamentare e non da creare ex-novo. Il raggiungimento di una lingua ladina scritta unitaria rafforzerebbe l’unità dell’intero popolo ladino in prospettiva di un consolidamento a livello di minoranza. Inoltre tale scelta dimostrerebbe come la lingua ladina può ancora rafforzarsi e rinnovarsi. In caso contrario gli idiomi locali, rimanendo racchiusi nelle valli, rischierebbero un graduale impoverimento e porterebbero l’intero popolo ladino ad un’ennesima forma di chiusura e di debolezza culturale. Con questa constatazione Walter Belardi chiude la sua relazione, approfondita e completa attorno alla questione o al problema del "Ladin Dolomitan". [Stefano Dell’Antonio]

174. Heinrich Schmid, Wegleitung für den Aufbau einer gemeinsamen Schriftsprache der Dolomitenladiner, San Martin de Tor, ICL "Micurá de Rü", Vich/Fascia, ICL "Majon de Fascegn", 1998, 2a edizione, pp. 152.

Seconda edizione del "manuale" per l’elaborazione del Ladin Dolomitan che si differenzia dalla prima ediz. del 1994 nei segg. punti: nuovo aspetto grafico (ora: rilegatura professionale, formato B5 anziché A4), introduzione aggiornata all’ottobre del 1997, nuovi commenti riguardo all’esclusione di argomenti sintattici e lessicali, 74 anziché 71 note, inserimento di una bibliografia (pp. 149–152; per ulteriori informazioni si veda la recensione dettagliata di P. Tekavi: ® RID 21: 6, 144). [R.B.]

175. Dieter Kattenbusch, "Zum Stand der Kodifizierung im Sellaladinischen", in Wolfgang Dahmen et al. (a cura di), Zum Stand der Kodifizierung romanischer Kleinsprachen, Tübingen, Narr, 1991: 55–68.

L’A. traccia un resoconto della situazione linguistica nella Ladinia dolomitica intorno al 1991, osservandola sia dal punto di vista demografico e giuridico, sia dal punto di vista della diffusione del ladino come mezzo di comunicazione (famiglia, scuola, vita pubblica, stampa, pubblicazioni). L’immagine viene completata da una descrizione del lavoro degli istituti culturali ladini, curatori della lingua e della coscienza linguistica della popolazione. L’A. riferisce anche sulla situazione della normalizzazione linguistica culminata (nel 1987) nell’unificazione della grafia. Nell’appendice troviamo uno schema riassuntivo, alcune citazioni e la bibliografia. L’articolo dà un orientamento di base per la comprensione delle problematiche socio-linguistiche ladine. [Susanne Oleinek]

176. Rut Bernardi, Fabio Chiocchetti, Nadia Chiocchetti, Paul Videsott, Language planning ed elaborazione della lingua. Un progetto per lo sviluppo del ladino nelle Dolomiti, parte prima, San Martin de Tor, ICL "Micurá de Rü", Vich, ICL "Majon de Fascegn", 1994, pp. 33.

177. Paul Videsott, Nadia Chiocchetti, Moritz Vögeli, Rut Bernardi, "Il Ladin Dolomitan – SPELL", in Jean Chiorboli (a cura di), La gestion du territoire linguistique, Università di Corsica, Centru di Ricerche Corse, 1995: 85–99.

Entrambi i titoli presentano in poche pagine il progetto del language planning e dell’elaborazione della lingua ladina nelle Dolomiti, dando le informazioni principali sia dello SPELL (Servisc de Planificazion y Elaborazion del Lingaz Ladin), cioè "servizio di pianificazione ed elaborazione della lingua ladina", sia della creazione di una lingua scritta unificata per i Ladini, cioè del "Ladin Dolomitan", la lingua-tetto ideata da Heinrich Schmid sulla base dei principi legati a maggioranza, regolarità, trasparenza, comprensibilità, presunta accettanza e originalità.
Con lo SPELL le istituzioni promotrici (ICL "Micurá de Rü", ICL "Majon di Fascegn" e Union Generela di Ladins dla Dolomites) intendono potenziare e coordinare gli obiettivi per lo sviluppo e la modernizzazione del ladino a favore di una politica linguistica unitaria. Avviato nel 1993, il progetto si articola in tre fasi: 1. Ricerca, definizione degli obiettivi ed analisi della situazione attuale del ladino; 2. Elaborazione e codificazione di un dizionario fondamentale e di una grammatica elementare del ladino standard (corpus planning); 3. Promozione linguistica (prestige planning).
La presentazione ed illustrazione del progetto nelle sue diverse fasi risulta concisa ma dettagliata e permette al lettore un orientamento approfondito sui due argomenti in questione. [Susanne Oleinek]

178. Ruth Bernardi, Rumantsch Grischun y Ladin Dolomitan: ntraunida lenguistica, Turic, 1991, pp. 30. [L Brunsin: Supplement 107].

Scena 1: Siamo negli anni ’70. In ospedale due neonati, chiamati Rumantsch Grischun e Ladin Dolomitan, comunicano attraverso dei respiratori (si veda anche la copertina di J. Küpper).
Scena 2: 20 anni dopo; potremmo essere nel 1990. I due giovani si incontrano per caso in una locanda in città.
Scena 3: 80 anni dopo. Ladin Dolomitan va a trovare il suo amico Rumantsch Grischun nella casa di cura.
Anche se i rappresentanti delle lingue minoritarie sono – spesso per mancanza di esperti esterni – pratici nel recensire le proprie opere, questa potrebbe comunque essere un’impresa insidiosa, per cui narrerò brevemente la genesi di questo dialogo scenico.
Al tempo della stesura del testo collaboravo ad un progetto nazionale sugli idiomi retoromanzi presso l’Università di Zurigo. Si trattava dell’elaborazione dell’Handbuch des Rätoromanischen ("Manuale del Retoromanzo"). Nel giro di tre anni erano usciti numerosi articoli, pro e contro la lingua scritta unificata Rumantsch Grischun, sulle più svariate riviste svizzere.
Nel frattempo (ottobre 1988) al prof. H. Schmid era stato (a mia insaputa) affidato l’incaricato di elaborare delle direttive linguistiche per una lingua scritta pan-ladina.
Animata dai tanti articoli polemici sul Rumantsch Grischun, cominciai a riflettere sulle possibilità di una simile lingua scritta comune per la zona dolomitica. Inizialmente riuscivo solo a fatica a comprendere l’utilità di una tale lingua, tanto più che sapevo benissimo che i Ladini dolomitici erano poco padroni del proprio idioma.
Cominciai a stendere i pro e i contro in forma dialogica, per ottenere un po’ di chiarezza. Di conseguenza, questo dialogo contiene: le riflessioni sulle condizioni della genesi, i primi passi concreti, le difficoltà iniziali, critiche, simpatie, lotte concorrenziali, possibilità, cose superflue, ecc. delle due lingue scritte retoromanze RG e LD. Il libriccino stampato per conto del Brunsin è in vendita presso la Union di Ladins de Gherdëina a Ortisei. [Rut Bernardi]

179. Hans Goebl, "Methodische Defizite im Bereich der Rätoromanistik. Kritische Bemerkungen zum Stand der soziolinguistischen Diskussion rund um das Dolomitenladinische", in Ulrich Ammon, Klaus J. Mattheier, Peter H. Nelde (a cura di), Minderheiten und Sprachkontakt / Minorities and Language Contact / Minorités et Contact linguistique, Tübingen, Niemeyer, 1990: 19–49. [sociolinguistica, 4].

L’A. si occupa delle tensioni e delle confusioni inerenti alla retoromanistica scientifica sia dal punto di vista intralinguistico (dialettologico, geolinguistico) che dal punto di vista extralinguistico (socio- e pragmalinguistico). Due concetti stanno al centro delle sue osservazioni: l’identità etnica ("Siamo ladini.") e la consapevolezza metalinguistica ("Parliamo ladino.") dei parlanti. Con l’aiuto di tre cartine geopolitiche viene tracciato lo sviluppo storico dell’identità etnica delle cinque vallate dolomitiche, appartenenti alla Contea del Tirolo (e cioè all’Austria) fino al 1920 (trattato di St.Germain). Dal punto di vista pragmalinguistico, questa comune appartenenza (politica e in gran parte anche ecclesiastica) è corresponsabile dell’odierna coscienza etnica (e linguistica) dei ladini.
In seguito vengono analizzati alcuni esempi di insufficienza metodica (problematici anche dal lato etico), tra cui il cosiddetto determinismo geolinguistico ("quia glossa ergo ethnos") di Carlo Battisti (e seguaci), che si basa esclusivamente su fattori intralinguistici (fonetici, ...), trascurando il lato socio- o pragmalinguistico. Lo stesso rimprovero vale per le "azioni di coscientizzazione" dei ladini bellunesi (da parte di G. B. Pellegrini) o per il diniego delle attività di una propria elaborazione linguistica ladina (da parte di J. Kramer).
Un dettagliato capitolo è dedicato sia alle polemiche di C. Battisti riguardo alla ladinità degli Ampezzani (da lui negata, 1946–1949) sia alla problematicità dei tentativi di G. B. Pellegrini di "ladinizzare" i dialetti cadorini e comelicani (e i loro parlanti) tramite la divulgazione del neo-glottonimo collettivo "ladino bellunese". In entrambi i casi si censura (in maniera molto persuasiva) l’esclusività dell’approccio intralinguistico e, nel contempo, la negazione categorica del pensiero sociolinguistico, il rifiuto quindi di prendere in considerazione la coscienza e i sentimenti dei parlanti stessi, per determinare la posizione sociale del linguaggio. [R.B.]

180. Hans Goebl, "100 Jahre Dialektforschung im Bereich des Dolomitenladinischen. Stabilität und Wandel anhand empirischer Daten", in Andreas Weiss (a cura di), Dialekte im Wandel, Göppingen, Kümmerle, 1992: 1–16. [Göppinger Arbeiten zur Germanistik, 538].

Elenco tabellare (10) e cartine sinottiche (13–14) in merito ai più importanti lavori geolinguistici sul retoromanzo, tra cui cinque inchieste "maggiori" (Ascoli 1873, Gartner 1882, AIS 1928–1940, ASLEF 1972–1985, ALD I: stato dei lavori 1990) e due inchieste "minori" (von Ettmayer 1902, Kuen 1934). Confronto tra alcuni dati dell’AIS e dell’ALD I in base a 204 cartine e sette località esplorate in entrambi gli atlanti. Risultati: poche divergenze in genere tra AIS e ALD I (1,4–6,8%); a Pejo (Val di Sole) l’occlusiva velare k- (< lat. CA-, CO-) si è sostituita alla variante palatale kx-: AIS [kxáza] > ALD I [káza], AIS [kxandéla] > ALD I [kandéla]. [R.B.]

181. Daniela Gloor, Susanne Hohermuth, Hanna Meier, Hans-Peter Meier, Fünf Idiome – eine Schriftsprache? Die Frage einer gemeinsamen Schriftsprache im Urteil der romanischen Bevölkerung, Chur – Zürich, Verlag Bündner Monatsblatt / Desertina AG, 1996, pp. 141.

Le discussioni che, sul finire degli anni ’80, guizzavano come fiamme fin troppo vivaci in diverse aree del tessuto socio-culturale della società svizzera intorno alla validità (e accettabilità) o meno del nuovo e unitario "romanzo grigione" provocarono indirettamente nel 1991 una interpellanza parlamentare con la quale si chiedeva al Governo un referendum consultivo (da indire tra coloro che avessero una varietà grigionese o"retoromanza" come lingua materna), un referendum, dunque, che mettesse fine a tali discussioni (con il rischio di mettere fine anche all’impresa appena incominciata di dare concretezza, almeno sul piano della scrittura, alla quarta lingua nazionale della Svizzera, quarta lingua effettiva usabile e non "lingua" come sommatoria astratta di cinque lingue diverse con annessi dialetti!).
Poiché il Cantone dei Grigioni – si ricorda a p.7 – non dispone dell’istituto di un referendum consultivo al quale possa essere chiamata solo una parte della popolazione di un Cantone (nel Cantone dei Grigioni la maggioranza è passata oramai al tedesco), il Governo federale risponde all’interpellanza suggerendo di rimettere a una commissione il compito di formulare in termini rigorosi questo problema sociolinguistico di informazione, in vista di una eventuale pianificazione. Al termine dei lavori della Commissione la questione e le indagini relative sono state affidate all’"Institut cultur prospectiv", che ha sede a Zurigo (Gasometerstrasse 28, CH-8005).
L’accettabilità di una cosa per un certo soggetto che goda dei diritti politici non è un dato intrinseco alla cosa stessa; è una qualità che viene proiettata sulla cosa dalla psicologia, dalla cultura e dalle ideologie del soggetto politico. Su esso agisce una pluralità di coefficienti di varia natura, i quali tutti insieme concorrono a formare, nel soggetto, una opinione della cosa in questione. Onde non avrebbe potuto, l’Istituto anzidetto, limitarsi a registrare dei semplici consensi e dei semplici dissensi della popolazione ladina del Cantone sul romancio grigione (o comunque sul progetto di una lingua ladina scritta unitaria), ma avrebbe dovuto, attraverso interviste e questionari, mirati e articolati, estrapolare tutta una serie di motivazioni per ogni caso di accettazione, di rifiuto o di indifferenza, tenuto anche conto dell’eventuale "luogo" d’uso (letteratura, amministrazione, stampa, scuola, radio etc.) e di tutta la gamma delle assai varie percentuali di sopravvivenza "romanza" in ambiente tedeschizzato (10%, 33%, 66%), delle varie impressioni di distanza o vicinanza (somiglianza o differenza) tra il romancio grigione e le parlate reali, delle varie fasce di età degli intervistati, etc. etc. È ciò che l’Istituto ha fatto con solerzia e precisione, dopo avere predisposto un ponderato e articolatissimo programma. Il libro in oggetto espone i risultati di questa inchiesta condotta su un campione (estratto da 106 comuni) sottoposto a 1.115 complesse interviste.
È lapalissiano affermare che i valori estremi di un medesimo parametro difficilmente potrebbero essere identici, addirittura difficilmente potrebbero essere omologhi, ma in democrazia non è detto che all’interno dello schieramento di maggioranza debba esserci omogeneità su ogni questione. Il comportamento di fronte al problema linguistico da parte di una persona assai anziana e da parte di una molto giovane, divergerà giocoforza in ragione delle diverse esperienze, della diversa forma mentis e in ragione delle aspettative future, avendo una ben diversa profondità i rispettivi futuri immaginabili. La reazione alla questione in un comune, con il retoromanzo ridotto a una sopravvivenza minima, si produrrà in modo molto diverso che in un comune con il retoromanzo ancora largamente e intensamente usato. Un centro prevalentemente contadino avrà esigenze diverse rispetto a un centro di attività commerciali, direzionali e/o intellettuali. Questa stessa inchiesta ha messo in rilievo che, ceteris paribus, l’atteggiamento delle donne non ha coinciso con quello degli uomini. E si potrebbero riempire pagine per elencare tutte le sottigliezze che potrebbero fare la differenza e che nel caso in questione l’hanno davvero fatta.
Si potrebbe dire che il problema in sé e il metodo che il problema ha suscitato trascendano questa occasione svizzera per configurarsi come problema e metodo sociolinguistici generali di più vasta applicabilità. Una sociolinguistica non di fatti, dunque, e di comportamenti linguistici, ma di opinioni e di "impressioni" su una lingua (o su una potenziale lingua), in vista di tre principali possibilità: di accettazione della medesima, di rifiuto, ovvero ancora di indifferenza nei suoi riguardi; il tutto in un quadro di "politica democratica". Nel caso in questione, era stato previsto che l’eventualità del rifiuto sarebbe potuta essere integrata dall’indicazione di un’alternativa: al posto del romancio grigione – artificiale o, per meglio dire, "di sintesi" – una delle cinque varietà grigionesi.
L’aspetto di maggiore rilievo di questa iniziativa politica è stato, ad ogni modo, proprio quello politico, in quanto all’intervento si era voluto dare un colorito decisamente democratico: mettere a tacere le polemiche (o almeno vedere chiaro in esse), appurando quale fosse l’opinione maggioritaria, nella convinzione che anche in materia di linguaggio la scelta positiva è quella maggioritaria.
Fino al caso in oggetto, nella storia dell’umanità, messe da parte tutte le standardizzazioni linguistiche, verificatesi spontaneamente (per ragioni economiche, militari, religiose, di prestigio culturale etc.), le pianificazioni linguistiche e le relative standardizzazioni guidate (accompagnate più o meno da polemiche; famosissima quella Ascoli-Manzoni) erano state progettate e pilotate nel mondo da gruppi minoritari, perfino di esigua consistenza: gruppi di potere politico (cioè di prestigio politico) in certi casi, con standardizzazioni pilotate dall’altro, ovvero gruppi di potere (si fa per dire) culturale, cioè élites di intellettuali (il progetto Romantsch Grischoun rientra in questo secondo tipo), concepite e guidate magari quasi da una sola eccezionale personalità (come nel caso dell’ebraico moderno o del lituano moderno, per fare un paio di esempi). L’intervento del Governo federale elvetico ha risposto alla precisa intenzione di sottrarre la questione alla gestione da parte di una élite, di evidenziare l’inopportunità delle discussioni pro e contro promosse e partecipate da singoli, e di "democratizzare" perciò il tutto. In democrazia, si sa, una opinione, perché possa prevalere, deve riscuotere almeno il 51% dei consensi o, in seconda linea, raggiungere una maggioranza relativa, poco importa se poi questa maggioranza assoluta o relativa risulti costituita da varietà dell’"opinione maggioritaria", magari anche molto diverse fra di loro. Il che è puntualmente avvenuto anche nel caso del Romanstch Grischoun: il 25% degli interrogati si è dichiarato a favore per intimo convincimento personale e per adesione entusiastica (p.129). Ma questa non sarebbe stata ancora maggioranza relativa, se nel conteggio a questo 25% non fosse stato aggiunto un 19%, che rappresenta il parere di coloro per i quali l’opzione per il romancio grigione, anche se non sembra essere la soluzione migliore, sarebbe pur sempre una soluzione ragionevole e realizzabile, pur nella sua compromissorietà.
Nella realtà, il quadro emerso dall’inchiesta si è presentato assai più complesso, perché le prospettive presentate alla società grigionese andavano numericamente ben oltre la semplice alternativa romancio grigione sì, romancio grigione no.
La tabella di p.91 riassume i risultati principali di questa strana "indagine conoscitiva", per usare una perla del linguaggio parlamentare italiano, indagine che già in partenza aveva previsto posizioni notevolmente differenziate pure all’interno di soluzioni relativamente omogenee.
Alla domanda "Wollen Sie eine einheitliche Schriftsprache?", il 66% del campione ha risposto SI, il 35% ha risposto NO.
In risposta a ulteriori domande a cascata, il 66% dei SI si è articolato in un 44% a favore del romancio grigione e in un 22% a favore di uno degli idiomi grigionesi storico-naturali. Il suddetto 44% si è poi sottoarticolato – come ho già detto – in un 25% mosso da convincimento profondo e da adesione piena al progetto di Heinrich Schmid, e in un 19% persuaso solo da ragioni e motivi di opportunità. Del soprariportato 22%, l’11% ha espresso la sua preferenza per il surmeirano, idioma ponte (anche geografico) tra sopra- e sottosilvano a ovest ed engadinese (puter e vallader) a est. Un altro 11% ha riunito tutte le risposte nelle quali era indicata come preferenziale un’altra lingua grigionese naturale oltre il surmeirano.
Il regno dei NO (35%) si è articolato solo in due sezioni: il 19% si è espresso contro qualsiasi soluzione unificatrice; il 16% si è espresso in particolare sia contro il romancio grigione sia contro il surmeirano.
Tuttavia – il particolare è importante – nell’espressione del NO si sono avute varie manifestazioni di "tolleranza" sia pure parziale, e di disposizione a trattare, chiamato in causa anche il prossimo futuro con le sue necessità certamente nuove, non su tutto il fronte, si intende, ma relativamente a certi ambienti e a certe circostanze particolari. Si pensi che il 53% dei NO femminili non sarebbe contrario all’unificazione linguistica purché limitata all’uso amministrativo, e ben il 57% non sarebbe del tutto alieno dall’ammettere l’uso di una lingua unitaria nei giornali. In sostanza, per non scendere negli altri innumerevoli particolari (tot capita tot sententiae), come l’area del SI è risultata internamente molto differenziata, così l’area del NO si è mostrata in buona misura disposta a ripensare il problema e ad accettare opportuni "distinguo".
A una cosa è indubbiamente servita questa indagine commissionata dalla politica: ad accertare che l’opportunità di una base linguistica formalmente unitaria è notevolmente sentita dai Grigionesi, e tra le varie soluzioni quella del romancio grigione – il cui nucleo è uscito fuori dai calcoli e dalle considerazioni di opportunità svolti da H. Schmid – appare essere quella preferita dalla maggioranza.
Ma per altri aspetti direi che questo tipo democratico di indagine (e di eventuale decisione risolutiva) non può essere ritenuto pienamente soddisfacente. Se è vero, infatti, che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla Legge, non c’è e non può esserci legge che imponga a tutti i cittadini di essere uguali di fronte alla Lingua. Il grado di gestione di una lingua (o di più lingue insieme) e le riflessioni o le impressioni metalinguistiche relative dipendono dal grado di "competenza" linguistica, dalle attitudini maggiori o minori ad analizzare in qualche modo il proprio esprimersi, dagli interessi verso la materia, dalla cultura e dalla ideologia del singolo cittadino, al quale la società non deve certo negare la possibilità di una continua progressione culturale – anzi deve facilitargliela – ma al quale la società sarebbe bene non tentasse di imporre uno strumento linguistico invece di un altro, in nome dell’ideologia di una maggioranza. È pur vero che in Francia sono state escogitate multe per reati di lessico e di espressione, ma lì la necessità di "grandeur" le giustificava. È pur vero che in Italia, nella pianificazione scientifica universitaria, è obbligatorio esprimersi anche (e non solo, per ora) in inglese, ma qui la maggior parte di coloro che governano sono convinti che occorre al più presto colmare i nostri troppi "gaps" di gente provinciale.
Per quanto riguarda i Grigionesi, mi permetto di pensare – lo so che non sono fatti e soldi miei – che la società svizzera avrebbe potuto realizzare grandi risparmi economici se non avesse politicizzato la questione, memore di ciò che un grammatico disse una volta a un imperatore romano che pensava di potere prescrivere ai suoi sudditi anche il modo di parlare.
Per altro, più si moltiplicano le domande in un questionario approntato per una indagine sociolinguistica, culturale e politica, più il quadro d’insieme risultativo si fa complicato, sfaccettato e quasi incavalcabile. Assai più semplice e saggio era stato, a mio parere, l’avviso dell’inventore del romancio grigione quando precisò nel 1989 la sua idea davvero democratica di "libertà linguistica": «Die Idiome [scil. le parlate grigionesi storico-naturali] können demnach, sofern dies gewünscht wird, ihren Dienst im bisherigen Rahmen weiter versehen, nämlich immer dann, wenn nur eine der verschiedenen Einzelregionen zu berücksichtigen ist. Somit wäre auch niemand verpflichtet, die neue Schriftsprache zu gebrauchen, wenn er nicht will: Rumantsch Grischun war gedacht als ein Angebot für diejenigen, die es benützen wollen» (H. Schmid, Eine einheitliche Schriftsprache: Luxus oder Notwendigkeit? Zum Problem der überregionalen Normierung bei Kleinsprachen. Erfahrungen in Graubünden, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin, 1989: 23).
Messe da parte le riserve di ordine generale che uno potrebbe nutrire nei riguardi della suddetta iniziativa "politica" e della validità di una soluzione democratica in fatto di unificazione liguistica, sta di fatto che il libro in oggetto si fa raccomandare proprio perché il ricco articolarsi del progetto dell’indagine e dei suoi questionari fissa e illustra in maniera chiara la molteplicità dei coefficienti che concorrono al formarsi di opinioni e di interessi, di simpatie e di antipatie, sia di singoli sia di gruppi, nei confronti delle lingue delle quali si potrebbe disporre. Ed è certo che le metalinguistiche disposizioni d’animo dei parlanti verso i loro mezzi espressivi possono influenzare assai la storia evolutiva dei medesimi. [Walter Belardi]

182. Walter Belardi, Studi ladini XIX: Profilo storico-politico della lingua e della letteratura ladina, Roma, Editrice "Il Calamo", 1994, pp. 254. [Biblioteca di ricerche linguistiche e filologiche, 35].

In questo lavoro il noto glottologo e romanista romano presenta l’affermazione della lingua e della letteratura ladina avvenuta in epoca recente e sviluppatasi in forma propria tra le influenze della cultura tedesca a nord e di quella italiana a sud. Attraverso un’analisi storica, politica e linguistica, l’A. giunge a determinare l’aspetto linguistico-letterario che ha determinato la nascita e lo sviluppo dello scrivere in lingua ladina dalle origini ai nostri giorni. I primi documenti che testimoniano un uso scritto del ladino sellano riguardano testi amministrativi stesi originariamente in lingua tedesca. Tra il 1700 e il 1850 ca. nelle chiese della Val Gardena si diffonde l’uso di predicare in ladino e si arriva perfino a produrre un esempio in gardenese (di impiego) scritto letterario di tipo umanistico e moraleggiante per mano del sacerdote Joh. Aug. Perathoner. Tra la fine dell’800 e gli inizi del ’900 si assiste all’affermazione di pubblicazioni periodiche fisse come calendari, vie crucis, testi di argomento religioso, testi di "prova", sacri e profani ecc. Solo con la lirica del marebbano Agno Trebo (1862–1888) si apre però la strada verso lo sviluppo e l’affermazione di una letteratura ladina in forma scritta. Nel ventesimo secolo poi ogni vallata ladina produce brani di prosa, teatro, poesia che si sono andati affermando con la pubblicazione di periodici, monografie, romanzi, antologie, racconti ecc. Se fino ad oggi – ricorda W. Belardi alla fine del proprio lavoro –, ogni autore si è servito della propria madre lingua è più che mai attuale pensare ad una forma di lingua scritta comune da poter adoperare anche a scopi letterari. Domani forse anche l’espressione letteraria di un Ladino potrebbe trovare nel Ladin Dolomitan il mezzo espressivo d’elezione. [Stefano Dell’Antonio]

183. Hans Goebl, Roland Bauer, "L’atlante linguistico del ladino centrale e dei dialetti limitrofi (ALD I). Stato attuale dei lavori", in Giovanni Ruffino (a cura di), Atlanti linguistici italiani e romanzi. Esperienze a confronto, Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 1992: 331–341.

184. Roland Bauer, "Linguistik und Multimedia. Neue Wege der Mundartforschung, aufgezeigt am Beispiel des dolomitenladinischen Sprachatlasses (ALD I)", Moderne Sprachen 37, 1993: 66–80.

185. Hans Goebl, "Unterwegs zum ALD I. Ein Werkstattbericht", Annalas da la Societad Retorumantscha 107, 1994: 87–98.

186. Hans Goebl, "L’atlas linguistique du Ladin Central et des dialectes limitrophes (première partie, ALD I)", in Pilar García Mouton (a cura di), Geolingüística. Trabajos europeos, Madrid 1994: 155–168.

187. Hans Goebl, "Un nouvel atlas linguistique des Alpes centrales: l’atlas linguistique du Ladin des Dolomites", in Departament de Filologia Catalana (a cura di), Estudis de lingüística i filologia oferts a Antoni M. Badia i Margarit, Barcelona 1995: 295–312.

188. Hans Goebl, "L’informatisation dans l’atlas linguistique du ladin, première partie (ALD I): Le point de vue du dialectologue", in Georges Moracchini (a cura di), Bases de données linguistiques: conceptions, réalisations, exploitations, Corte, Université de Corse, 1996: 213–220.

189. Hans Goebl, "L’atlas linguistique du ladin central et des dialectes limitrophes (première partie, ALD I)", in Cahiers de l’Institut de Linguistique de Louvain 22/3–4 – 23/1–2, 1996–1997: 275–279.

Presentazioni generali del progetto geolinguistico ALD I (sette articoli):
Sebbene al momento (maggio 1998) i quattro volumi di cartine, i tre volumi di indici ed il CD-ROM dell’Atlante Linguistico del Ladino Dolomitico e dei dialetti limitrofi, in breve ALD I, siano ancora in corso di stampa (casa editrice Dr. Ludwig Reichert, Wiesbaden, Germania), le 10 relazioni di lavoro puntuali e dettagliate, pubblicate a partire dal 1986 nella rivista Ladinia (® RID 20: 6, 106–108, ® RID 21: 6, 133–138, ® RID 22: 6, 168–169), e i sette saggi di presentazione che qui vorremmo riassumere, permettono un giudizio abbastanza completo delle dimensioni e delle potenzialità dell’intera opera.
L’ALD I si preannuncia come il capostipite di una terza generazione di atlanti linguistici. Terminati i grandi atlanti linguistici nazionali (ALF, AIS, ALR), l’interesse scientifico si è rapidamente spostato verso la realizzazione di singoli atlanti regionali (i cosiddetti "atlanti della seconda generazione"), con lo scopo di integrare, con la loro rete d’esplorazione molto più fitta, i dati macroscopici forniti dalle opere di dimensione nazionale.
In questo senso anche l’ALD I, realizzato presso l’Istituto di Filologia Romanza dell’Università di Salisburgo sotto la direzione di Hans Goebl, è un atlante linguistico "tradizionale". Il suo obiettivo primario è di integrare i dati forniti dall’AIS per una vasta parte dell’Italia nord-orientale, rilevandone il basiletto nativo L1 e – nelle isole linguistiche tedesche situate nella zona d’esplorazione che presentano ancora una multiglossia funzionante come Sauris, la Val dei Mòcheni e Luserna (ma non p.e. l’altopiano d’Asiago) – il mesoletto romanzo L2. In tutta la zona esplorata la consapevolezza metalinguistica degli informatori ha permesso di distinguere chiaramente tre livelli linguistici: il basiletto che è stato rilevato, il mesoletto che viene usato nella comunicazione sovralocale ed infine (a seconda dello standard scolastico) l’acroletto che è l’italiano oppure il romancio letterario.
La differenza tra gli atlanti linguistici regionali tradizionali e l’ALD, che abbiamo definito della terza generazione, non sta perciò nella finalità scientifica, rivolta alla pubblicazione di un atlante cartaceo. Notevoli sono invece le innovazioni tecniche e pratiche che sono state introdotte per la prima volta a livello mondiale nell’ambito della geolinguistica, nel settore della gestione e dell’ottimizzazione dell’accessibilità dei materiali raccolti. Ciò è stato reso possibile grazie alla decisione fondamentale presa dalla redazione dell’ALD I di servirsi, in ogni fase successiva alla raccolta dei dati stessi, dell’informatica, sfruttando ampiamente tutte le possibilità offerte dai programmi di trattamento elettronico dei dati, in prima linea le banche dati relazionali. In effetti, la grande quantità e la matrice bidimensionale dei dati raccolti per un atlante linguistico (N punti d’esplorazione con X risposte rilevate) si presta in modo ideale per un’ulteriore elaborazione computazionale, come è stato dimostrato dall’ideatore del progetto stesso, H. Goebl, in numerosi saggi di dialettometria.
L’idea di realizzare un atlante linguistico dell’Italia nord-orientale, zona d’incontro e di confine (presunto o effettivo) tra le varie forme di italiano settentrionale, di ladino grigionese, di ladino dolomitico e di friulano, risale al 1972. Nella successiva fase di ideazione e di progettazione, è stato delimitato il territorio d’inchiesta e definito il questionario. Un’attenta distinzione tra il criterio della "fattibilità" (risorse umane, finanziarie e di tempo a disposizione) e le esigenze scientifiche ha indotto la redazione a dividere l’intero progetto in due parti: la prima orientata verso l’esplorazione della fonetica e della morfologia elementare (p.e.: plurale), in seguito denominata ALD I, e la seconda dedicata alla morfologia elaborata e al lessico, l’ALD II. Questa suddivisione in due progetti a medio termine permette di ridurre l’immobilismo metodico e amministrativo inevitabile nei progetti a lungo termine; l’ALD II potrà inoltre fare tesoro di tutte le esperienze positive e negative maturate nel corso della realizzazione di ALD I.
La zona d’esplorazione abbraccia la Ladinia dolomitica, la sezione orientale del ladino centrale secondo la definizione dell’Ascoli, con l’inclusione, a scopo comparativo, di ampie fasce semi-ladine e non ladine, come l’intero Trentino con le antiche isole linguistiche italiane sulla sponda orientale dell’Adige nella provincia di Bolzano (Bronzolo, Egna, Salorno), gran parte del Veneto e la Lombardia orientale. Per permettere un confronto diretto con le raccolte già esistenti del DRG sono state incluse nell’area d’esplorazione 12 punti engadinesi. Ad est, 23 punti nel Friuli occidentale permettono un collegamento al materiale dell’ASLEF. Complessivamente i punti esplorati sono 217, di cui 21 nella Ladinia dolomitica, 60 nel Trentino, 66 nel Veneto e 35 nella Lombardia, e fanno dell’ALD I un vero e proprio atlante interregionale.
Il questionario adottato in sede definitiva comprende 1500 domande singole raggruppate in 806 gruppi di domande ed è il risultato dell’adattamento del questionario AIS, integrato dallo spoglio delle monografie di fonetica storica più importanti riguardo alle aree dialettali esplorate. A differenza dell’AIS (che però rimane l’atlante di riferimento, argomento con cui si giustifica anche l’uso del sistema di trascrizione Böhmer/AIS a scapito di quello IPA/API) sono stati accolti nel questionario ALD I anche alcuni modernismi per verificare la vitalità delle leggi fonetiche locali.
Le inchieste sono iniziate nell’ottobre del 1985 e si sono concluse nell’aprile del 1991. Contemporaneamente i dati raccolti sono stati inseriti, nella centrale operativa di Salisburgo, in una banca dati relazionale, base di ogni ulteriore trattamento (correzione, redazione delle singole carte, pubblicazione). Allo stesso tempo è stato allestito un archivio sonoro (oltre 1600 cassette con la registrazione integrale delle interviste) e fotografico (oltre 10.000 fotografie con le caratteristiche salienti delle località esplorate). Il programma di pubblicazione dell’ALD I prevede la pubblicazione anche di questi dati sotto forma di un atlante sonoro e di un volume e/o CD-ROM etnofotografico. L’ampio impiego del computer permette inoltre la diffusione di tutto il materiale ALD I in forma elettronica, su CD-ROM, in aggiunta ai volumi cartacei. I relativi programmi sono stati sviluppati in prospettiva di una diffusione possibilmente ampia e perciò impostati sullo standard universitario Windows e dBase. La conservazione dei dati su supporti elettronici ottici ne garantisce una durata pressoché illimitata e inaugura una disciplina linguistica nuova: la dialettologia storica, che si occuperà di campioni di lingua parlata in secoli diversi.
Proprio per queste nuove possibilità di utilizzo a livello elettronico e computazionale (le possibilità di ricerca e di combinazione dei singoli dati sono quasi illimitate), l’ALD I aprirà nuove frontiere nell’ambito della geolinguistica e nell’ambito delle scienze umanistiche in senso lato. Grazie all’accessibilità totale dei dati, gli atlanti linguistici della terza generazione si prospettano come un tassello molto importante di una geografia umana applicata, che sta per rivelarci sorprendenti concordanze non soltanto nelle strutture linguistiche e storiche, ma anche economiche, sociali, demografiche, antropologiche e persino genetiche di determinate aree. Non sarà invece l’ALD I a stabilire un confine netto tra varianti "ladine", "semi-ladine" e "non-ladine", ma fornirà una massa enorme di dati – le risposte basilettali inserite nell’atlante sono circa 325.000 – che debitamente trattati, specialmente in sede dialettometrica, riveleranno una volta di più il differente grado di "ladinità" delle singole zone. Questo giudizio verrà sicuramente anche confermato dall’ALD II. [Paul Videsott]

190. Roland Bauer, "L’informatizzazione dell’atlante linguistico sonoro ALD I (Atlante linguistico del ladino centrale e dei dialetti limitrofi)", Linguistica 32, 1992: 197–212.

191. Hans Goebl, "L’Atlas parlant dans le cadre de l’atlas linguistique du ladin central et des dialectes limitrophes (ALD)", in Actes du Congrès international de dialectologie, Bilbao 1992: 397–412.

192. Roland Bauer, "Ein Sprach-Atlas beim Wort genommen: ALD I, der Sprechende", in Otto Winkelmann (a cura di), Stand und Perspektiven der romanischen Sprachgeographie, Wilhelmsfeld, Egert, 1993: 283–306.

193. Roland Bauer, "Neue Perspektiven der linguistischen Datenverarbeitung (LDV) im Forschungsprojekt ALD I (Sprachatlas des Zentralrätoromanischen I. Teil): Der Sprechende Sprachatlas", in Wolfgang Viereck (a cura di), Verhandlungen des internationalen Dialektologenkongresses I, Stuttgart, Steiner, 1993: 124–146.

194. Roland Bauer, "Dialettologia computazionale ed atlanti linguistici: la dimensione sonora", in Maria Teresa Romanello, Immacolata Tempesta (a cura di), Dialetti e lingue nazionali, Roma, Bulzoni, 1995: 155–167.

Presentazioni del progetto geolinguistico ALD I, atlante sonoro (cinque articoli):
Tra le innovazioni introdotte dall’ALD nella geolinguistica, spicca la realizzazione dell’atlante sonoro, resa possibile dalle nuove tecniche di trattamento elettronico dei dati acustici, che alla fine del XX secolo fanno ormai parte della dotazione standard di ogni personal computer. L’ALD I sonoro consiste in un pacchetto di programmi elettronici che creano sullo schermo del personal computer un atlante linguistico virtuale, in cui ogni videata corrisponde ad una cartina dell’atlante stampato. Le differenti possibilità di opzione, accessibili tramite mouse e browser, permettono all’utente di programmare differenti tracce di impiego, che a loro volta corrispondono ad una ricerca sull’atlante cartaceo. Il risultato consiste in un output visivo (in una parte dello schermo appare la trascrizione della forma scelta) accompagnato dalla relativa forma acustica.
I vantaggi di questa combinazione tra forma visiva, cioè trascritta, e forma acustica sono evidenti: i problemi di interpretazione dei segni fonetici (a parte quelli banali e univoci) vengono risolti una volta per tutte, visto che la forma sonora ne permette una verifica immediata.
L’atlante sonoro è una conseguenza diretta del continuo sviluppo scientifico in sede geolinguistica e dello sviluppo tecnico in sede computazionale. Già da tempo la dialettologia aveva notato il dilemma di non riuscire a trascrivere con dei segni convenzionali tutte le sfumature linguistiche che invece sono percepibili perfettamente con le sofisticate apparecchiature di registrazione e di riproduzione del suono a disposizione. Ora, invece, gli editori sonori connessi ad una banca dati permettono di campionare le singole porzioni acustiche e di collegarle alle rispettive trascrizioni fonetiche, egualmente inserite nella banca dati. Tutto il materiale acustico ALD I si basa sulle registrazioni integrali delle interviste realizzate nel corso della raccolta dei dati per l’atlante stampato.
La redazione ALD I, in collaborazione con l’azienda RST di Essen (Germania), specializzata nello sviluppo di programmi destinati all’uso linguistico-dialettologico, ha realizzato una struttura informatica che permette la consultazione dell’atlante sonoro in base a più variabili: paese o zona esplorata, stimolo, sequenza d’ascolto, frequenza della risposta, ecc. Alcune delle combinazioni possibili sono:
1. ascolto semplice di una risposta per tutti i paesi esplorati (corrisponde alla consultazione visiva di una cartina dell’atlante).
2. ascolto semplice di tutte le risposte dialettali per due località selezionate (corrisponde alla consultazione di tutte le cartine dell’atlante relative ai due punti di rilevamento prescelti).
3. ascolto semplice o incrociato delle risposte dialettali lungo un percorso selezionato sullo schermo (corrisponde alla consultazione di tutte le risposte relative ad una determinata area dialettale).
4. ascolto reiterato di una o più risposte ecc.
La forma acustica può essere accompagnata da un oscillogramma. Tutto l’atlante sonoro è estremamente "user-centered": ciò significa che tutti i comandi sono azionabili tramite mouse senza il bisogno di digitare dei comandi verbali. Inoltre, la piattaforma Windows permette l’installazione su ogni personal computer standard e si presta perciò anche a venire addottata da altri atlanti linguistici in fase di realizzazione.
Le potenzialità dell’atlante sonoro sono state esemplificate per la prima volta nel 1990 al Congresso di Dialettologia di Bamberg. In seguito è stato realizzato un CD-audio esemplificativo, allegato a Ladinia 15, che contiene tre risposte basilettali (la catena, la chiesa, egli chiama) per 78 dei complessivamente 217 paesi esplorati per l’ALD I. È utilizzabile e programmabile nella maniera descritta sopra con un normale lettore CD.
L’impiego di supporti elettronici indistruttibili per la conservazione di prove di lingua parlata preannuncia una rivoluzione della dialettologia, permettendo ai linguisti del futuro di occuparsi di dati linguistici sonori, raccolti nel passato. Inoltre, si rivela un mezzo didattico molto efficace per la presentazione visiva ed acustica dei singoli dialetti di una determinata area: in questo senso, in seno all’ALD I è già nato il progetto VIVALDI (VIVaio Acustico Linguistico Dialettale Italiano, di Roland Bauer e Dieter Kattenbusch) che mira alla pubblicazione di un CD-ROM con campioni dei vari dialetti italiani da usare nell’ambito didattico della dialettologia. [Paul Videsott]

195. Roland Bauer, "Die romanische Geolinguistik im Spannungsfeld von Wirtschaft und Wissenschaft: Kooperationsmodelle im Projekt ALD I (con un epilogo in italiano)", in Edgar Radtke, Harald Thun (a cura di), Neue Wege der romanischen Geolinguistik, Kiel, Westensee, 1996: 430–444.

196. Roland Bauer, "Strumenti e metodi di rilevamento per la raccolta dei dati di ALD I", in Edgar Radtke, Harald Thun (a cura di), Neue Wege der romanischen Geolinguistik, Kiel, Westensee, 1996: 445–453.

197. Roland Bauer, "Le système de gestion de base de données de l’Atlas Linguistique du Ladin Central", in Georges Moracchini (a cura di), Bases de données linguistiques: conceptions, réalisations, exploitations, Corte, Université de Corse, 1996: 195–211.

Presentazioni del progetto geolinguistico ALD I, aspetti vari (tre articoli):
Tre limpidi saggi, scritti in maniera accessibile anche agli interessati privi di conoscenze specifiche di informatica, nei quali R. Bauer, curatore (ed in gran parte ideatore) dei programmi di trattamento elettronico dei dati raccolti per l’ALD I, ne spiega le potenzialità tecniche e pratiche.
Va rilevato innanzitutto che gran parte dei programmi utilizzati nell’ambito del progetto ALD I sono stati sviluppati sulla base di standard esistenti e diffusi (Windows, banca dati formato dBase, fonts creati in formato TrueType, ecc.) e solamente adattati – anche se con molto ingegno – all’uso linguistico e dialettologico. I programmi sviluppati hanno perciò il vantaggio di non essere limitati al progetto ALD, ma possono essere adottati da tutti i progetti di atlanti linguistici simili.
Oltre all’atlante sonoro, già presentato sopra, sono stati sviluppati dalla redazione dell’ALD I il programma CARD e diversi pacchetti di fonts dialettologici con complessivamente oltre 300 segni fonetici speciali.
Il programma CARD (CARtografia Dialettale), creato da Edgar Haimerl, permette di creare e stampare con l’ausilio del computer delle cartine di un atlante linguistico. Una volta stabilito il fondo definitivo delle cartine dell’atlante e lo spazio riservato ad ogni risposta per ciascun punto di rilevamento, CARD riempie questi spazi in base alle opzioni definite nella banca dati (tutte le risposte per tutti i paesi, parte delle risposte per parte dei paesi ecc.). Inoltre permette di gestire automaticamente i titoli delle cartine, le leggende e i commenti.
I TrueType-fonts con i caratteri speciali, invece, (sei fonts per le vocali e uno per le consonanti e le semivocali) sono codificati in maniera tale da essere collegabili al sistema ASCII e di conseguenza identificabili da ogni stampante.
Per la realizzazione dei programmi la redazione ALD I ha sperimentato tre modelli di cooperazione scientifico-economica con varie istituzioni universitarie e con l’industria privata. I frutti di questa cooperazione sono il già citato programma di rappresentazione e di emissione dei vari sistemi di scrittura fonetica, realizzato come ALD-TEX in collaborazione con l’Università di Friburgo in Brisgovia e nel frattempo già adottato da altri progetti di atlanti linguistici tedeschi; il software per l’atlante sonoro, sviluppato assieme alla ditta RST di Essen e infine il CD di dimostrazione con i primi dati acustici dell’atlante linguistico sonoro, realizzato assieme alla ditta Sony-DADC Austria.
I principi fondamentali elencati dall’autore per una proficua collaborazione tra centri di ricerca ed industria privata (attivo e regolare scambio di idee ed esperienze tra i vari centri di ricerca, coordinazione dei singoli progetti da parte delle varie associazioni specializzate, concezione trasparente e previdente dei progetti di ricerca, innovazione) assumono un’importanza sempre maggiore in un momento in cui la raccolta di fondi per progetti di ricerca in settori estranei alle scienze naturali e alla medicina diventa sempre più difficile. [Paul Videsott]

198. Emmerich Senoner, Otto Dellago, Franz Vittur (a cura di), ABC Ladin – Deutsch – Italiano, Bulsan, Istitut Pedagogich Ladin, 1992, 19972, pp. 103.

ABC Ladin-Deutsch-Italiano è un piccolo glossario trilingue (ladino, tedesco e italiano) concepito fondamentalmente per la scuola elementare ladina e per i suoi alunni. Ne esistono due versioni, una per il ladino della Val Gardena, una per il ladino della Val Badia.
Ciascuno dei due libretti contiene tre pagine per ogni lettera alfabetica, eccetto K, Q, W e XY rappresentate da una pagina sola, mentre la S conta sette pagine. Questa ripartizione delle singole lettere dell´alfabeto su tre pagine rende possibile una triplice collocazione che permette ad ognuna delle tre lingue di fungere una volta da lemma. La lingua della prima colonna, inoltre, è di volta in volta messa in rilievo da una barra colorata a capo di ciascuna pagina.
L´alfabeto è rappresentato da parole-chiave che cominciano con le stesse iniziali ed hanno lo stesso significato nelle tre lingue. Queste parole vengono visualizzate da piccole illustrazioni (ad es. p. 26: elafont – Elefant – elefante).
Le parole del glossario sono state scelte in maniera molto accurata. I volumetti offrono una rassegna informativa del lessico di base dei due idiomi ladini (della Val Badia e la Val Gardena) e possono non solo essere usati nella scuola ladina ma anche servire da vocabolario di base per chi studia il ladino.
L´ABC è apparso nel 1997 in una seconda edizione che non è stata cambiata, nella quale però l´introduzione non si rivolge solamente agli alunni, ma anche a "tutti e tutte coloro che intendono dedicarsi allo studio delle lingue [ladine]", il che sottolinea la funzione del libro come vocabolario di base. [Julia Kuhn]

199. Istitut Pedagogich Ladin (a cura di), Scuola e lingue. Modelli scolastici plurilingui in Europa. – Schule und Sprachen. Mehrsprachige Schulmodelle in Europa. – Scola y lingac. Modiei de scola cun de plu rujenedes tl’Europa, Merano, Alpha & Beta, 1995, pp. 192.

Il volume raccoglie gli atti del convegno internazionale "Drei Sprachen unter einem Dach/N tët per trëi rujenedes/Un tetto per tre lingue" organizzato dall’Istitut Pedagogich Ladin ad Urtijëi – Ortisei dal 7 all’8 ottobre 1994.
Nella prima parte che riguarda l’educazione plurilingue in generale, Marcel Danesi espone indagini psicopedagogiche sull’apprendimento e sullo sviluppo linguistico in zone plurilingui, giungendo alla conclusione che è possibile affermare e stabilire la validità di qualsiasi modello educativo plurilingue, come peraltro quello proposto dalle scuole trilingui delle valli ladine. Nel suo contributo"Le lingue in educazione: un’arena politica", Mario G. Dutto ritiene che il problema della costruzione e dell’implementazione di politiche linguistiche si giochi nella dialettica tra teoria e prassi, la cui analisi porta ad una riflessione critica in relazione a quattro ordini di considerazioni: il peso della tradizione, la riflessione pedagogica sulle lingue, i livelli di flessibilità dell’amministrazione delle scuole e le caratteristiche delle politiche educative. La scelta di un orientamento plurilingue per le scuole è, anzitutto, un’opzione culturale e politica e una politica linguistica per l’educazione richiede appropriate basi organizzative ed istituzionali. Le proposte di educazione plurilingue, per essere credibili, devono essere di elevata qualità.
La seconda parte del volume è dedicata alla presentazione di modelli scolastici plurilingui in Europa: Simone Heinen ci presenta la situazione in Lussemburgo, dove confinano e si intersecano più lingue scritte e parlate, che variano a seconda dei contesti: il lussemburghese, il francese e il tedesco, lingue che trovano un loro riscontro anche nella realtà scolastica del Paese. Alex M. J. Riemersma espone le possibilità dell’insegnamento della lingua frisone all’interno dell’autonomia scolastica in Frisia (Olanda). Joaquim Arenas y Sampera e Irene Seira-Fondevila espongono la realtà della Valle d’Aràn, una realtà occitana in Catalogna. Gli autori ritengono che la conoscenza di tre o più lingue eviti l’unidirezionalità, perché, nei territori in cui sono presenti una o due lingue, la terza funge da elemento equilibratore di un bilinguismo sbilanciato. Claudio Gustin riporta i dati sulla realtà scolastica trilingue del cantone dei Grigioni in Svizzera: tedesco, rumantsch e italiano all’interno di un sistema scolastico che valorizza il rumantsch soprattutto nei primi anni della scuola dell’obbligo. Theodor Rifesser illustra il modello trilingue delle scuole delle due valli ladine dolomitiche della provincia di Bolzano: dalle sue origini alle prospettive per un futuro plurilinguistico, multiculturale e tecnologicamente avanzato.
La terza parte del libro riassume i dati caratteristici sui Ladini delle Dolomiti, promotori del convegno-scambio-confronto. In questa parte si trovano: le considerazioni sociolinguistiche e socioeconomiche sul territorio ladino di Leander Moroder; un’esposizione di ricerche e indagini conoscitive svolte nelle scuole ladine negli ultimi anni da Franz Vittur, indagini che intendevano valutare il grado di accettazione e soddisfazione da parte dei ladini stessi del loro sistema scolastico; la ricerca IEA che permette la valutazione delle capacità di alfabetizzazione e di lettura e il loro confronto con gli altri sistemi scolastici non solo della provincia di Bolzano, ma a livello internazionale; il contributo di Roland Verra che definisce la scuola ladina come una "realtà in movimento", una realtà scolastica marcatamente periferica, ma allo stesso tempo aperta al contatto interculturale, che richiede un maggior confronto concreto con altre realtà.
Per un pubblico né italofono né germanofono si presentano dei sunti in lingua inglese (traduttore: Valentin Ladurner).
"L’istruzione plurilingue e l’introduzione dell’insegnamento delle lingue straniere nella scuola dell’obbligo sono ormai una necessità politico-culturale in un contesto sociale sempre più multiculturale, caratterizzato inoltre da una crescente mobilità e dalle accresciute possibilità di comunicazione telematica", scrive Theodor Rifesser nell’introduzione. Politici e responsabili di politica scolastica sono alla ricerca di modelli plurilingui e quello delle località ladine può essere posto come base di discussione in merito.
Tutti gli autori convengono sull’incoraggiamento al plurilinguismo in quanto concetto che va rafforzato nei territori in cui è un fatto naturale. [Edith Ploner]

200. Franz Vittur, Una vita, una scuola. Cenni di storia della scuola ladina, Bolzano, Istitut Pedagogich Ladin, 1994, pp. 150; traduzione tedesca a cura di Otto Dellago e Franz Lanthaler, Ein Leben, eine Schule. Zur Geschichte der Schule in den ladinischen Ortschaften, Bozen, Istitut Pedagogich Ladin, 1994, pp. 158.

Questo libro si propone due scopi: 1. la descrizione della lenta e difficoltosa genesi, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, della scuola comune trilingue (ladino, tedesco, italiano) delle due valli ladine (Gardena e Badia, Provincia di Bolzano, Sudtirolo/Alto Adige); 2. l’evocazione autobiografica delle vicende della scuola cui l'A. è stato coinvolto dapprima per 12 anni come maestro di scuola, poi per 17 anni come direttore didattico e ispettore incaricato e, dal 1975 fino alla sua pensione avvenuta nel 1994, come primo intendente scolastico ladino ("erster ladinischer Schulamtsleiter"). L’A. chiarisce molto acutamente, con innumerevoli osservazioni storiche, psicologiche e pedagogiche, come i Ladini delle due valli dopo non poche difficoltà iniziali di stampo politico, linguistico e culturale, si siano decisi ad accettare, dal 1948 in poi, il nuovo modello trilingue per la loro scuola dell’obbligo, e come questa scuola unica venisse gestita nel quadro dell’autonomia sudtirolese, prima e dopo l’avvento del secondo Statuto di autonomia nel 1972. Il testo non è privo di toni commoventi quando l’A. descrive le ansie e le fatiche degli scolarini ladini che, come si sa, non solo vivono in una terra montagnosa e severa, ma devono anche confrontarsi con le pretese di due lingue e culture egemoni, cioè quella tedesca e quella italiana. [Hans Goebl]

201. Rebecca Posner, Kenneth H. Rogers, "Bilingualism and language conflict in Rhaeto-Romance", in Rebecca Posner, John N. Green (a cura di), Trends in Romance Linguistics and Philology. Vol. 5: Bilingualism and Linguistic Conflict in Romance, Berlin/New York, Mouton de Gruyter, 1993: 231–252.

L’articolo descrive bilinguismo e conflitto linguistico nelle tre zone del retoromancio, cioè in Svizzera, nell’area dolomitica e nel Friuli. Come succede spesso con manuali di questo genere che pretendono di dare una visione d’insieme, anche in questo caso la descrizione risulta troppo breve e troppo sommaria; di conseguenza, diverse informazioni possono essere interpretate in modo sbagliato. Alcuni esempi: l’informazione che nel 1973 il comune di Livinallongo votò per un trasferimento dalla prov. di Trento a quella di Bolzano ("In 1973, Livinallongo commune voted to transfer from Trento to Bolzano", 241) non viene commentata – oltre al fatto che il comune di Livinallongo appartiene alla provincia di Belluno, dovrebbe essere aggiunto che il trasferimento non fu mai realizzato. Non viene menzionata l’iniziativa dei due istituti culturali ladini volta a creare una lingua unificata per l’uso scritto. Non è corretto constatare tout court che ci sia poca domanda per una koiné ladina unificata ("There is little demand for a unified Ladin koine", 242) senza ulteriori commenti. Andrebbe anche aggiunto che già da parecchi anni nella provincia di Bolzano ci sono trasmissioni televisive ("We have no up-to-date information about television programmes", 243). – Si corregga anche il nome Chiochetti in Chiocchetti (242, 248). Nella bibliografia si legga valli dolomitiche atesine (titolo di Battisti) invece di valle dolmitiche alesine (247). [Dieter Kattenbusch]

202. Walter Belardi, "Il riapparire della neolatinità ladina in territori tirolesi ’perduti’ da mille anni", in idem (a cura di), Ethnos, Lingua e Cultura. Scritti in memoria di Giorgio Raimondo Cardona, Roma, Il Calamo, 1993: 261–270. [Biblioteca di Ricerche Linguistiche e Filologiche, 34].

Nel suo saggio W. Belardi, tracciando un quadro accurato dell’attuale situazione sociolinguistica dei ladini sellani nella provincia di Bolzano, fornisce delle prove inconfutabili per la presenza di una neolatinità ladina in territori tedescofoni. Così facendo, risponde all’opinione generalmente pessimista di illustri cultori di studi ladini quali Elwert, Pellegrini, Kramer che da tempo prevedono la scomparsa definitiva del ladino di fronte al tedesco e all’italiano. L’A. dimostra che grazie ai grandi cambiamenti socioeconomici, politici e quindi anche psicosociali degli ultimi decenni non solo il ladino è ben saldo nelle valli sellane, ma che addirittura a circa mille anni dalla sua scomparsa dalla Val Pusteria e dalla Valle dell’Isarco ci è tornato, anche se in forme sociali e linguistiche del tutto nuove. L’A. conclude quindi che ormai la storiografia etno-sociolinguistica e la geografia linguistica devono prendere atto del fatto che l’area ladina si è di nuovo espansa oltre i confini geolinguistici stabiliti, anche se in maniera demograficamente circoscritta e in ambiente mistilingue e poliglottico (p.e. nella forma di "unioni ladine" e di "comunanze dei ladini di fuori" che promuovono il mantenimento della lingua e cultura ladina anche fuori dalle loro valli d’origine). [Helga Böhmer]

203. Theodor Ebneter, Syntax des gesprochenen Rätoromanischen, Tübingen, Niemeyer, 1994, pp. XLIX + 989. [Beihefte zur Zeitschrift für Romanische Philologie, 259].

Il ponderoso volume si presenta come complemento e continuazione delle due grandi grammatiche del romancio grigionese esistenti finora, la Grammatica della lingua ladina d’Engiadin’Ota (Zurigo 1915–1924) di Anton Velleman, e la Grammatica Sursilvana (Coira 1989) di Arnold Spescha. Mentre queste opere si limitano alla descrizione di una sola varietà dialettale, la Syntax di E. ci fornisce un quadro sinottico del soprasilvano, del basso engadinese (cioè delle due koinè dialettali più importanti) nonché della parlata locale di Vaz come rappresentante del mosaico dialettale dei Grigioni centrali.
Nonostante la sua mole imponente, l’opera non aspira a una descrizione esaustiva dei suddetti idiomi, ma si concentra invece sui fenomeni considerati come caratteristici del romancio. Questa prospettiva implicitamente tipologica ci spiega anche perché E., già da molto tempo riconosciuto come autorità in materia, abbia deciso di fondarsi non su un corpus di testi scritti, ma esclusivamente sulle risposte fornitegli dai suoi informatori, in quanto la lingua parlata riflette più autenticamente certi tratti tipici di un dato sistema grammaticale. Da tale approccio è risultata un’ampia scelta di argomenti interessanti innanzitutto la morfosintassi. Si presenta anche una parte della derivazione suffissale, mentre vengono tralasciati interi settori della grammatica, come il sistema temporale e modale, gli articoli, l’ordine dei costituenti della frase.
I 62 capitoli dell’opus magnum di E. si raggruppano come segue: nella 1a parte (pp. 3–176) si espone il complesso sistema dei morfemi spazio-direzionali come, per es., soprasilv. (vegnir)neuaden ’venire qua dentro’, v. siaden ’v. quassù dentro’, ecc. La 2a parte (227–752) è dedicata al sintagma verbale, con speciale riguardo alle costruzioni fattitiva e riflessiva, ai verbi analitici (phrasal verbs) del tipo mandare giù, tirare sù, agli aspetti e ai modi d’azione verbali; parecchio spazio si assegna anche a un elenco degli schemi di costruzione dei singoli verbi romanci. La 3a parte (753–900) riunisce le osservazioni dell’autore sulle classi nominali e pronominali, riservando un posto d’onore ai pronomi personali e dimostrativi e agli aggettivi. Nella parte finale, più succinta (901–959) ma nutritissima, E. tratta la sintassi della proposizione, dove riceve un particolar rilievo la ricca tipologia delle frasi ’marcate’, una parte delle quali, in effetti, non si riscontra quasi mai a livello dello standard scritto.
La Syntax di E. non consente certo una facile ed immediata consultazione di tutti i dettagli della grammatica romancia, benché sia una vera e propria miniera di materiali e informazioni affidabili (purtroppo priva di indici). Essa offre invece all’utente una lunga serie di studi quasi monografici sui temi e aspetti più notevoli della grammatica grigionese, studi di indole e struttura svariata, dal dizionario delle valenze verbali fino all’analisi strutturale approfondita, senza però aderire a un particolare modello teorico.
Concludendo con un’occhiata sulla situazione panladina, risulta inevitabile constatare quanto sia grande il vantaggio della grammaticografia della ’quarta lingua’ svizzera su quella degli altri idiomi romanzi alpini e padani; tanto più gradita ci riesce ora la pubblicazione dell’accurata Grammatica friulana di Giorgio Faggin (Campoformido 1997). [Otto Gsell]

204. Bepe Richebuono, Breve storia dei Ladini dolomitici, San Martin de Tor, Istitut Cultural Ladin "Micurà de Rü", 1992, pp. 220.

L’Autore è nato a Genova il 25 aprile del 1923 da famiglia di origine cadorina. Laureato in lettere moderne presso l’Università Cattolica di Milano, ha insegnato nelle scuole secondarie di Cortina (diventata sua patria d’elezione), e poi è stato professore di italiano e di tedesco nei ginnasi-licei di Bressanone, di San Gallo, di Merano e da ultimo di Bolzano. Dal 1979 ha tenuto la cattedra di "Storia dei Ladini delle Dolomiti" all’Università di Innsbruck. È autore della monumentale Storia di Cortina d’Ampezzo, Studi e documenti dalle origini al 1915 (Milano 1974; 2ª ed.: Storia d’Ampezzo. Studi e documenti dalle origini al 1985, Cortina d’Ampezzo 1993) e di vari altri volumi specialistici dedicati alla illustrazione storica di preziosi documenti d’archivio, alla cui ricerca e alla cui illustrazione ha dedicato gran parte della sua attività intellettuale (e nei quali non è raro imbattersi in lessemi volgari locali). Numerose anche le sue collaborazioni, con contributi di assoluta originalità, a periodici scientifici editi nell’ambito dell’area culturale tirolese in senso ampio.
Nella seconda metà degli anni 80, la direzione dell’Istituto Ladino "Micurà de Rü" affida al Richebuono il compito di redigere una sintesi storica delle vicende dei Ladini, inquadrate nel più ampio contesto preladino, ladino, pretirolese, tirolese, asburgico, napoleonico e veneto-italiano, dalle più lontane origini accertabili, dunque, fino ai giorni nostri.
Il fine primario del Richebuono era da tempo la stesura, sullo stesso tema, di un’opera sì di sintesi, ma al tempo stesso scientifica, il più possibile esauriente e molto particolareggiata (come viene dichiarato dall’A. stesso nella presentazione del libro in oggetto). Personalmente ritengo che la realizzazione di un’opera siffatta conferirebbe non solo all’A. ma anche all’istituto o ente, locale o no, che la promuovesse, meriti veramente grandi e sottrarrebbe il tema della storia dei Ladini a ogni strumentalizzazione, anche alla più intelligente e onesta, anche alla meno politicizzata, anche alla più disinteressata, come si può dire che sia questa che con chiarezza traspare da questo primo prodotto dell’alta preparazione scientifica del Rchebuono, prodotto progettato e commissionato dall’Istituto culturale ladino: "un testo scritto in primo luogo per tutti i Ladini e quindi in forma facilmente comprensibile e senza continui riferimenti alle fonti e alla documentazione" (p.3). "Mi auguro – conclude la premessa l’A. – che i Ladini, specialmente i giovani, conoscendo meglio la loro storia e intuendo ciò che si nasconde dietro gli aridi dati e fatti, ne attingano forza per non lasciarsi traviare dal benessere e dalle tendenze disgregatrici, ne traggano impulsi per guidare il proprio popolo verso un futuro migliore".
Forse nessuno meglio del Richebuono potrebbe darci un racconto storico scientifico dei Ladini delle Dolomiti. Per adesso, tuttavia, occorre rimanere più che soddisfatti di questa storia "breve", la quale pur nella sua brevità e malgrado il suo dichiarato fine pedagogico etnocentristico, offre un quadro del tutto affidabile e utile anche a chi – collocato all’esterno – abbia prevalenti interessi linguistici per ritrovare nel tempo tutti quegli antefatti che possono far luce sulle condizioni linguistiche risultative e perfino "dialettali" della presente stagione. Un’opera, dunque, non linguistica ma indispensabile a linguisti e dialettologi.
La gestazione editoriale e tipografica dell’opera è stata più lunga del previsto e del prevedibile. Due le ragioni.
All’Istituto, situato in una posizione ideologica delicata – delicata come è stata da secoli la posizione nazionale e civile dei Ladini, stretti in piccolo spazio operativo da altre ideologie soverchianti e allocentriche – premeva che nessun punto della scrittura del testo potesse essere motivo di reazione presso lettori per qualche verso suscettibili, all’interno e all’esterno della Ladinia, all’insaputa dell’A. e dell’Editore, minimamente intenzionati a provocare reazioni ideologiche.
In secondo luogo, l’Istituto si è voluto impegnare – come ha fatto spesso con altre sue pubblicazioni – a fornire una poliedizione multilingue. Sulla mia scrivania ho tre versioni almeno: una in italiano, una in gardenese, una in badiotto. Una impresa editoriale non da poco. Cito i titoli: in gardenese Pitla storia di Ladins dla Dolomites, 1990, 180 pp.; in badiotto Picia storia di Ladins dles Dolomites, 1991, idem.
Mentre queste edizioni in lingua locale sono quasi in formato album (26 x 24 cm), l’edizione in italiano misura 19,5 x 12,5, da cui il maggior numero delle pagine (e meno illustrazioni).
Queste tre versioni non coincidono perfettamente nelle illustrazioni (assai più ricche e policromatiche quelle nelle lingue locali) e nella bibliogafia (anche in ragione delle date di edizione diverse). Le illustrazioni, le relative didascalie e la bibliografia si sono avvantaggiate per la cura di Lois Craffonara, cui credo si debba il primo impulso dato a quest’opera.
La traduzione gardenese dall’originale italiano è stata eseguita da Margareth Lardschneider [un cognome di origine schiettamente ladina: < Larcionëi < *laricionetu ’bosco di larici’] e da Milva Mussner. La traduzione in badiotto penso sia stata curata da L. Craffonara.
Benché il titolo del libro faccia espressamente menzione dei "Ladini", cioè di una etnìa i cui prodromi cominciano a configurarsi come tali a partire dalla romanizzazione militare e politica (15 a.C.), l’A. premette alcune pagine concenernti la preistoria dell’area.
Poiché il problema della data a partire dalla quale si può parlare di un incolato locale, sia pure sparuto demograficamente, è stato dibattuto a lungo in connessione con il tema dell’abitabilità o non abitabilità delle valli del Sella nell’alto Medioevo, con soluzioni ora antiladine ora filoladine, ritengo utile segnalare la pubblicazione recentissima di un’opera specialistica che fa il punto sullo stato di avanzamento dei lavori di scavo archeologico – a suo tempo pilotati dal paleoetnologo di Trento Bernardo Bagolini, prematuramente scomparso (*1938 – †1995) – nel sito singolarissimo di "Sotciastel" presso San Leonardo, comune situato nella parte settentrionale dell’Alta Val Badia. Il titolo del volume (multilingue) riccamente illustrato è: Sotciastel. Un abitato fortificato dell’età del bronzo in Val Badia, a c. di Umberto Tecchiati e di numerosi altri specialisti, pubblicato dall’Istituto "Micurà de Rü" e dalla Soprintendenza Provinciale ai Beni culturali di Bolzano-Alto Adige, 1998, 400 pp. Le conclusioni (ovviamente provvisorie per il momento) di questa impresa di scavo certificano la presenza di un villaggio tra la fine del XVIII e l’inizio del XVI secolo a.C., al principio del bronzo medio. Ragioni "militari" e di viabilità sembrano giustificare la vita di questo "presidio" collocato sull’altura isolata di Sotciastel. Ceramica proveniente dall’area veneta attenua la prima impressione di isolamento di questa comunità che doveva essere – come nei millenni successivi – di pastori (con caprovini, buoi e maiali) e di agricoltori (leguminose e orzo, con mietitura all’altezza del terreno, con falci messorie, e utilizzo anche degli steli), capaci anche di provvedere alla tessitura, alla metallurgia e alla fabbricazione locale di ceramiche. "Non abbiamo ragione – scrive il Tecchiati, p.380 – per dubitare del fatto che altri villaggi o fattorie sparse siano esistite nel corso del II millennio a.C. in alta Val Badia o altrove lungo il corso della Gadera".
Carlo Battisti non poteva avvalersi, purtroppo, del sussidio di dati archeologici di questo genere quando teorizzò la completa e continuativa assenza dell’uomo (fatti salvi alpeggi stagionali) nelle valli del Sella prima del XIII–XIV secolo dopo Cristo, in ordine al postulato che la formazione del ladino sellano sarebbe recentissima e dovuta a colonizzazioni mosse dalle valli del Rienza e dell’Isarco, in conformità a progetti di espansione economica voluti dalle autorità episcopali di lingua tedesca dell’epoca.
Già G. Richebuono non mancava di segnalare giustamente, nel suo capitolo di apertura sulla preistoria locale, il significato storico delle reliquie del Bronzo trovate sul Resciesa, lungo il Troi Paian, sul Pordoi e altrove e naturalemente anche a Sociastel presso Badia. Certo può sorprendere il sopravvenuto "silenzio" archeologico delle valli del Sella nel periodo della prima romanizzazione. Ma riprendere la questione qui, in sede di recensioni, non è possibile, e pertanto mi limito a rimandare a ciò che io stesso ho scritto or non è molto sull’argomento in altra sede. [Walter Belardi]

205. Christoph Perathoner, Die Dolomitenladiner 1848–1918. Ethnisches Bewußtsein und politische Partizipation, Wien/Bozen, Folio, 1998, pp. 222.

Dopo alcune informazioni generali sui Ladini e la presentazione di diversi modelli di tipizzazione riguardanti l’organizzazione politica di minoranze etniche, questo libro illumina lo sviluppo politico della minoranza ladina dalla Rivoluzione di marzo fino alla fine della prima guerra mondiale (tra l’altro analizzando meticolosamente le elezioni alla dieta regionale (Landtagswahlen) e quelle alla dieta dell’impero absburgico). Segue una descrizione della carriera politica di due politici ladini, Dominikus Irschara e Dr. Friedrich Graf. L’ultimo capitolo è dedicato alle determinanti socio-strutturali del comportamento politico (cioè chiesa, economia, scuola, diverse organizzazioni – Tiroler Volksbund, Alpenverein, Schützen ecc. –, e stampa ladina). Il libro va letto da chi si interessa della storia socio-politica dei Ladini. Anche se gran parte delle informazioni era già nota prima, è merito dell’A. averle messe insieme attingendole da un numero di pubblicazioni – divenuto nel frattempo rilevante – più o meno attuali e concernenti i Ladini e da documenti e giornali dell’epoca in questione. Per quanto riguarda le informazioni linguistiche, il provento è assai scarso (25–27, ed alcuni cenni sull’uso del ladino sparsi nei diversi capitoli). Nella bibliografia si corregga Catarina in Catrina e Salvoni in Salvioni. [Dieter Kattenbusch]

206. André-Louis Sanguin, "Les Ladins des Dolomites, une minorité dans la minorité", in idem (a cura di), Les minorités ethniques en Europe, Paris, Editions L’Harmattan, 1993: 177–193.

L’A. riassume a grandi linee storia, demografia ed economia della Ladinia ed aspetti politici della questione ladina; constata che i Ladini e la loro cultura sono minacciati. L’articolo non fornisce informazioni nuove, però può servire come introduzione alla problematica di questa minoranza alpina. [Dieter Kattenbusch]

207. Fabio Calliari, La Minoranza Ladino-Dolomitica: Costituzione, Statuto d’autonomia, leggi regionali e provinciali, Rimini, Maggioli Editore, 1991, pp. 266.

Il lavoro del giovane studioso trentino affronta il problema delle minoranze etniche, in particolare di quella di lingua ladina posta nell’area dolomitica delle provincie di Bolzano, Trento, Belluno.
Attraverso una ricostruzione storica dettagliata ed obiettiva, l’A. ripercorre le tappe attraverso le quali si è giunti alla situazione attuale, passando dalla genesi linguistica del ladino alle vicende costituzionali e normative che dal ’48 in poi hanno dato vita alla tutela della minoranza ladina. E qui emerge la diversità di trattamento che si verifica all’interno della stessa minoranza a seconda del dispiegarsi dei confini amministrativi che dividono e separano l’area dolomitica.
Si passa poi alla valutazione degli strumenti giuridici che determinano lo status di minoranza ladino-dolomitica per delineare un quadro d’insieme e di raffronto tra i diversi istituti in cui si traduce la tutela stessa.
Infine si fanno delle considerazioni e si delineano delle prospettive sullo sviluppo della minoranza ladina in una "dimensione dolomitica" del problema, dove la "ladinità" sia tutelata e organizzata sotto la spinta di una coscienza culturale unitaria e intervalliva, tesa a coinvolgere la minoranza nella sua interezza. [Stefano Dell’Antonio]

208. Cesare Poppi, Ladins People of the Dolomites, Norwich, University of East Anglia, Published by ECTARC, Llangollen, 1995, pp. 43.

In poco più di 40 pp. l’A. traccia un quadro d’insieme della minoranza ladina dolomitica attraverso rapidi flash inerenti alla storia, agli usi e costumi, alla tradizione e al viaggio secolare del popolo ladino dai tempi più antichi ai nostri giorni prossimi e futuri. Con l’aiuto di schemi e fotografie, il lavoro presenta in modo sintetico e chiaro le radici storiche del popolo ladino, l’evoluzione sociale e linguistica, lo sviluppo attuale, legato all’incremento turistico, che ha portato l’economia dell’intera area dolomitica a radicali cambiamenti nel giro di pochi, recentissimi decenni. L’insigne antropologo bolognese, forte della sua lunga permanenza in terra ladina, non dimentica di tracciare un quadro essenziale del carnevale di Fassa, una delle maggiori feste popolari legate alla simbologia e alla ritualità dell’arco alpino.
Chiude il breve ma prezioso lavoro, unico in lingua inglese sull’argomento trattato, una scelta bibliografica ricercata e precisa, indispensabile a chi voglia avvicinarsi e saperne di più sulle genti e la cultura ladina. [Stefano Dell’Antonio]

209. Robert von Planta, Aufsätze, a cura di Dieter Kattenbusch, Laax, Fundaziun Retoromana, 1987, pp. VIII + 130.

D. Kattenbusch, l’attivo e valoroso retoromanista della Humboldt-Universität di Berlino, ha raccolto in questo agile libretto, undici brevi scritti di R. von Planta (* "per caso" il 7 marzo 1864 ad Alessandria di Egitto – † a Coira il 12 dicembre 1937) su temi e problemi delle parlate retoromanze dell’area svizzera (alcuni degli scritti sono stati tradotti per l’occasione dal grigionese in tedesco). Il von Planta – ben noto agli indoeuropeisti per una grande "grammatica dell’osco e dell’umbro" (Strassburg 1892–1897), che costituisce ancora un inderogabile passaggio obbligato nei nostri studi – a partire dal 1899, quando progettò il "rätoromanischen Idiotikon", si dedicò quasi esclusivamente allo studio delle parlate e della cultura grigionesi. Si interessò tanto degli aspetti diacronici e storici – soprattutto a livello del lessico e della onomastica – quanto dei vari aspetti sociolinguistici propri di parlate minoritarie come le grigionesi, e perfino degli aspetti pratici della "resistenza" linguistica all’estinzione come sono quelli connessi con le scelte ortografiche, in vista non di una linguistica descrittiva scientifica quanto, invece, di una utenza popolare e sociale, auspicabilmente da incrementare. Nel settore dell’ortografia due idee guida del von Planta meritano di essere ricordate: 1. l’adeguatezza di una ortografia deve essere valutata in base alle esigenze della gente che ne fa uso, non in base a quelle di gente alloglotta; 2. un’ortografia di aspirazione scientifica estremamente rispettosa della realtà fonetico-fonologica non risulta di facile applicabilità corrente, in mezzo alla gente del popolo, i cui interessi pratici e culturali non coincidono con quelli degli ambienti scientifici che coltivano le sottigliezze della linguistica. A queste idee A. Lardschneider veniva richiamato dal von Planta, per corrispondenza, quando il giovane professore gardenese andava applicando la sua troppo raffinata rappresentazione grafica del gardenese nei suoi "calendari" ladini, precedenti la prima guerra mondiale, destinati a contadini, a fattori, a commercianti, a scultori, a parroci e a insegnanti elementari.
La maggior parte degli undici scritti risponde a esigenze di divulgazione: sulla storia linguistica dei Grigioni, di Coira in particolare, e sulla "posizione linguistica" delle parlate grigionesi (a p.7 c’è un quadro sintetico delle differenze interne dialettali grigionesi). Ma la divulgazione va insieme a una notevole ampiezza di orizzonti storici e geografici e a una informazione scientifica vissuta quotidianamente come tema di elezione affettiva. In queste vaste panoramiche il von Planta non poteva esimersi dal prendere posizione di fronte alla tesi antiascoliana del Battisti (allora docente all’università di Vienna), condivisa poi dal ticinese Salvioni.
La partecipazione di Florian Melcher al volume di C. Battisti, Testi dialettali italiani (Halle, Niemeyer, 1914), con documentazione relativa all’area svizzera ladina, è già nel 1915 un’occasione per il von Planta di precisare che il Melcher non si occupava certo di "dialettologia lombarda". Che il retoromanzo rientri nell’area dialettologica italiana insieme con il ladino "tirolese" e con il friulano non si discute – scriveva nel 1915 il nostro autore –; discutibile e inaccettabile è il punto di vista estremizzato del Battisti, che fa del grigionese un sottodialetto del lombardo, e del ladino del Sella un sottodialetto del veneziano, così, schematicamente, senza tenere conto della storia. La posizione del von Planta in proposito è espressa in più punti di questi Aufsätze: il neo-italiano settentrionale non è la continuazione diretta dell’antico italiano settentrionale, che, prima dell’arrivo degli influssi appenninici, presentava in quel di Milano annos, portas, cian, ciavra. "Sarebbe assai più giusto dire che l’italiano settentrionale non era in origine ’italiano’, appartenendo al gruppo nord-occidentale; diventò gradualmente italiano grazie all’influsso dal Sud" (p.24 del 1917). "Das aber könnte kein Grund dafür sein, das Rätoromanische, das diesem Beispiel nicht folgte nun auch ’italienisch’ zu nennen". Rientrare in un’area dialettale – per vicende linguistiche millenarie – non significa – dice in sostanza il von Planta – essere "anche" e semplicemente un dialetto della lingua di cultura che in quell’area ha conseguito dopo secoli e secoli il predominio; né si può scambiare impunemente una qualifica geolinguistica con una qualifica tipologico-linguistica a base genealogica. Nell’area dialettale "italiana" risultativa attuale – possiamo concludere – non c’è una unità linguistica tipologica e genealogica, bensì una pluralità. Un alto grado di "pluralismo" è, dopo tutto, una caratteristica forte dell’Italia, su molti fronti, per la sua stessa lunga e complessa storia. Al rimodellamento in senso toscano di aree in precedenza non italiane toscane il retoromanzo non prese parte. Tutto qui.
In fondo al volumetto figura anche un’ampia memoria di Jakob Jud su Robert von Planta e, in due paginette, la bibliografia degli scritti principali del qui commemorato.
Il tipo di composizione tipografica scelto non può dirsi dei più felici e va a tutto scapito della lettura. Una ben articolata carta geografica della Svizzera ladina, riportata a p.2, esigerebbe più un microscopio che una lente. [Walter Belardi]

210. Luciana Palla (a cura di), Le minoranze del Veneto: Ladini, Cimbri e Germanofoni di Sappada. Atti del Convegno di Arabba [Belluno 1997], Cortina, Federazion par’a Unios Culturales Ladines de ra Dolomites inze’l Veneto, 1998, pp. 215.

Questo interessantissimo volume miscellaneo consta di una parte (socio)linguistica ("Aspetti sociolinguistici e storici delle minoranze del Veneto", 13–104), di un’altra dedicata alle "Esperienze e attività di altre minoranze dell’arco alpino" (105–156) e infine di una parte meramente politica ("Considerazioni politico-amministrative", 157–188). L’appendice (189–207) contiene una risoluzione a favore delle minoranze del Veneto, il testo della Legge Regionale no. 73 del 23/12/1994 sulla "Promozione delle minoranze etniche e linguistiche del Veneto" e quello della "Convenzione quadro per la tutela delle minoranze nazionali", votata al Parlamento Europeo di Strasburgo il 1/2/1995. L’indice dei nomi citati chiude questo volume curato da Luciana Palla, ben nota scrittrice, storica nonché giornalista di origine livinallonghese.
La parte introduttiva – o (socio)linguistica – riunisce sette contributi redatti rispettivamente da Laura Vanelli (La questione "ladina" e le varietà ladine del Veneto, 15–28), Gabriele Iannaccaro (Lingua, identità e comunità linguistica: teoria, metodo e casi studio, 29–52), Gian Paolo Gri (Una comunità alpina in transformazione. Ruoli nuovi per identità antiche, 53–66), Nadia Chiocchetti (SPELL: Servisc de Planificazion y Elaborazion dl Lingaz Ladin, 67–74), Luciana Palla (Evoluzione storico-politica delle comunità ladine nel corso del Novecento fino ai nostri giorni, 75–92), Sergio Bonato (I Cimbri del Veneto fra persistenze e cambiamenti, 93–100) e da Osvaldo Boccingher (Sappada/Plodn: alternativa culturale o museo regionale?, 101–104).
Mentre i contributi di Gri, Bonato e Boccingher si riferiscono piuttosto ad esperienze locali e/o personali, quello di Chiocchetti descrive dettagliatamente la genesi ed il funzionamento dell’ormai ben noto progetto SPELL (anche mediante appositi grafici relativi al lavoro informatico dello SPELL). I rimanenti contributi di L. Vanelli, G. Iannaccaro e L. Palla rappresentano invece due panoramiche della posizione (socio)linguistica del ladino del Veneto radicalmente opposte tra di loro. Nella prospettiva di L. Vanelli non viene conferita nessuna importanza a fattori relativi all'identità quale l’autoidentificazione linguistica dei locutori o la loro storia. Vengono definite come "ladine" tutte le parlate del Veneto che dispongono di un certo numero di tratti linguistici giudicati "ladini", cioè privi di a attitudini o atteggiamenti metalinguistici. Il pensiero di L. Vanelli si rifa a quello di Giambattista Pellegrini che, negli anni 70, è diventato il promotore della "ladinità bellunese", cioè delle parlate ladineggianti del Comèlico, del Cadore e dell’Agordino.
Nella prospettiva di G. Iannaccaro e L. Palla invece viene difesa un’ottica molto meno deterministica del ladino nel Veneto in particolare e di alcune altre lingue di minor diffusione in genere (serbo-bosniaco-croato, bulgaro-macedone, danese-svedese-norvegese). Sia detto tra parentesi che solo le visioni del linguista Iannaccaro e della ladina Palla corrispondono allo stato attuale delle ricerche socio- e pragmalinguistiche nelle quali l’identità (meta)linguistica, l’autoidentificazione dei locutori e la debita considerazione della storia e politica locale hanno assunto un ruolo imprescindibile da parecchio tempo. Il contributo di L. Palla costituisce inoltre una puntuale e decisa difesa della ladinità brissino-tirolese del Veneto relativa a Livinallongo, Colle S. Lucia e Cortina d’Ampezzo, di fronte alle pretese neoladine nate al sud del vecchio confine nella seconda metà degli anni 70. Il quadro storico che l’autrice traccia del movimento neoladino è molto preciso e fornisce una buona rassegna degli argomenti e degli slogans utilizzati in questa vicenda.
Nella parte comparativa del libro le relazioni di Roland Verra (Il ladino quale valore culturale ed educativo, 107–114) e di Erwin Frenes (Informazione televisiva e radiofonica in lingua ladina alla RAI-TV di Bolzano, 115–122) trattano di problemi scolastici ed inerenti ai mass media del Sudtirolo, mentre i contributi di Giovanni Frau (Tutela e promozione della lingua e della cultura friulane nella Regione Friuli-Venezia Giulia, 123–130) e di Chasper Pult (Esperienze delle comunità reto-romance dei Grigioni dal secondo dopoguerra fino ad oggi, 131–140) descrivono rispettivamente le nuove possibilità nate nel Friuli dopo la promulgazione della nuova Legge Regionale del 22/3/1996 e la posizione dei grigionesi romanci di fronte alla nuova lingua-tetto "rumantsch grischun", in procinto di attingere alla normalizzazione (socio)linguistica. L’articolo di Vittorio Dell’Aquila, Peter H. Nelde e Peter Weber (Azioni comunitarie in favore delle lingue meno diffuse: il progetto EUROMOSAIC, 141–156) descrive il quadro teorico ed organizzativo della più ampia rassegna etnolinguistica finora intrapresa nell’ambito dell’Unione Europea. Il progetto EUROMOSAIC consta di più di 50 analisi etnolinguistiche molto dettagliate di altrettante comunità etnolinguistiche, i cui risultati comprendono oltre duemila pagine stampate.
Nelle prese di posizione dei politici locali e/o regionali invitati spiccano in varia misura la volontà energica di difendere la propria lingua e/o etnia, la moderazione politica ed addirittura il timore di veder trasformarsi eventuali sentimenti autonomistici da parte delle minoranze del Veneto in atteggiamenti "ostruzionisti", "separatisti" o recisamente "anti-italiani". [Hans Goebl]

211. Roland Verra, Hans Rabanser, Ladinien. Fünf Täler in den Dolomiten, Bozen, Athesia, 1997, pp. 198.

Benchè non sia dedicata ad argomenti strettamente linguistici, questa stupenda monografia illustrata merita di essere segnalata in questa sede. Rappresenterebbe indubbiamente un arricchimento per qualsiasi biblioteca ladinofila, i cui utenti-dialettologi (specie se vivono lontani dalle regioni in questione) sono spesso costretti ad occuparsi delle realtà linguistico-verbali in questione tramite documentazioni scritte, senza (poter) conoscere direttamente le vallate ladino-dolomitiche. Mediante centinaia di fotografie a colore (in gran parte 23 x 31 cm) gli autori, entrambi residenti a Urtijëi in Val Gardena, forniscono il pendant (foto-)grafico di queste realtà, permettendo agli appassionati della Ladinia dolomitica di tutto il mondo di farsi un’idea precisa dei tesori naturali e culturali di queste montagne.
Nella parte introduttiva gli autori, facendo anche autocritica, accennano alle consequenze di un turismo di massa che spesso sbilancia gli equilibri delle mete turistiche, ivi compreso quello linguistico-culturale.
Il volume è suddiviso in cinque parti, ognuna delle quali rappresenta una vallata: Val Badia (35–71), Gherdëina (72–105), Fascia (106–139), Fodom (140–165), Anpezo (166–193). Oltre alla meravigliosa documentazione fotografica, ogni vallata viene descritta secondo le sue caratteristiche storiche, etnografiche e (in parte) linguistiche. Nell’appendice (195) ci sono quattro tabelle che informano sul numero degli abitanti delle cinque vallate e dei singoli insediamenti, sull’altezza delle località, delle cime maggiori e dei passi nonchè sulle acque più importanti. Una breve bibliografia generale (197–198) precede la cartina stampata all’interno della copertina posteriore. Ove possibile, essa reca toponimi, idronimi ed oronimi in tutte le varianti disponibili, e cioè in ladino, tedesco e italiano (ad es. Al Plan de Mareo/Sankt Vigil in Enneberg/San Vigilio di Marebbe, Sas dla Porta/Seekofel/Croda del Becco).
In conclusione ci possiamo solo congratulare con gli autori e accentuare quanto detto sopra: si tratta di un vero e proprio gioiello della pubblicistica ladina che merita un posto d’onore nelle nostre biblioteche! [R.B.]

1. Val Badia

212. Leander Moroder, 20 agn Istitut Cultural Ladin [ICL] "Micurá de Rü", San Martin de Tor, 1997, pp. 56.

L’opuscolo in gran parte quadrilingue (ladino, tedesco, italiano, inglese), curato dall’attuale direttore dell’ICL, è il resoconto delle attività dell’Istituto svolte dal 1977 (anno dell’apertura) in poi. Il lettore trova una breve biografia del "patrono" Nikolaus Bacher, alias Micurá de Rü (1789–1847), la cui biografia ed opera sono state recentemente (ri-)pubblicate e commentate in maniera molto accurata da Lois Craffonara, ex-direttore dell’ICL (cf. Ladinia XVIII/1994, 5–205 e XIX/1995, 1–304). Segue un elenco dei membri dei consigli dell’Istituto (1977–2000). Nella parte dedicata alle finalità ed alle attività dell’Istituto si presentano, tra l’altro, vari progetti scientifici promossi o sostenuti dall’ICL nei settori della lessicografia (vocabolari tedesco-gaderano, tedesco-gardenese, italiano-gardenese), della geolinguistica (ALD), dell’elaborazione della lingua (SPELL) e dell’archeologia. Impressionante è la lista delle ben 110 pubblicazioni realizzate fino al 1997, che abbracciano una vastissima gamma di settori (arte, linguistica, musica, religione, storia, teatro, ...). Un cenno a parte meritano le oltre 5.200 pagine pubblicate sui primi 19 numeri della rivista di casa, Ladinia, ben nota ai lettori della RID. [R.B.]

2. Val Gardena / Gherdëina

213. Amalia Anderlan-Obletter, La rujeneda dla oma: gramatica dl ladin de Gherdëina, Urtijëi, Istitut Pedagogich Ladin, 1991, pp. 240.

Grammatica del gardenese, uno dei cinque idiomi ladino-dolomitici appartenente alla famiglia linguistica del retoromanzo. Le Ladine e i Ladini hanno aspettato a lungo questa loro grammatica. Nata nel 1912, Anda Amalia – come viene chiamata da tutti, e non soltanto dagli allievi che l’hanno avuta come maestra di gardenese – è una delle tante donne che ha lavorato durante tutta la vita gratuitamente per la cultura e per la lingua.
Le illustrazioni dell’opera sono riprese dal libro "Francese per immagini" (Garzanti); i disegni sono stati eseguiti da Gudrun e Ruth Mussner; l’edizione è stata curata dall’"Istitut Pedagogich Ladin" e dalla "Lia Maestri de Gherdëina".
La genesi della grammatica risale a tantissimi corsi di gardenese per i non-ladini dei matrimoni cosiddetti "misti" in Val Gardena.
Per oltre 10 anni, l’A. stessa ha raccolto materiale didattico per tali corsi. Il lavoro è da considerarsi pionieristico, dato che la Obletter non aveva la possibilità di ricorrere a materiali preesistenti. Come sottolinea l’A. stessa, molte spiegazioni e molti esempi sono sorti dalle domande dei suoi alunni. L’Istitut Cultural Ladin "Micurá de Rü", e soprattutto il suo (ex-) direttore L. Craffonara, l’hanno aiutata nel suo lavoro con diversi consigli. In questo modo si sono però infiltrati alcuni badiottismi. Infatti, anche il titolo del libro, La rujeneda dla oma, suona ad un orecchio gardenese stranamente ed estremamente badiotizzante. Dovrebbe essere [...] dl’oma o almeno [...] de l’oma.
Va anche fatto un accenno alla strutturazione metodologica del materiale. Purtroppo, risulta molto complicato l’uso pratico della grammatica, ossia il ritrovamento concreto dei singoli argomenti grammaticali. La strutturazione didattica si sarebbe potuta organizzare in maniera più chiara ed approfondita.
Anche dal punto di vista linguistico, non bisogna nascondere alcune lacune. Nelle coniugazioni mancano, nella maggior parte degli esempi, i pronomi femminili. A chi scrive sono saltati all’occhio anche tanti esempi misogini riscontrabili pressochè ovunque. Anche a livello di contenuto si nota una tradizionale distribuzione dei ruoli sociali tra i due sessi, piuttosto sfavorevole per le donne. Bisogna però precisare che la signora Obletter non rappresenta un’eccezione; la sua opera rientra nella tipica tendenza di tante grammatiche, che andrebbero (tutte quante) ritoccate da questo punto di vista.
Da evidenziare in senso positivo sono invece gli utilissimi "cassettini" che contengono gli errori più comuni, seguiti dalle proposte corrette: Co dëssen pa dì? ("Come si deve dire?").
In conclusione va affermato che questa grammatica del gardenese è la migliore opera linguistica normativa che i ladini posseggano al giorno d’oggi. Per esperienza personale posso aggiungere che viene quotidianamente usata da gente che è a stretto contatto con la lingua ladina, oltre al fatto che serve come grammatica scolastica per l’insegnamento del ladino. [Rut Bernardi]

214. Hubert Prucker, Wörterbuch der Rechts- und Wirtschaftssprache (italienisch-grödnerisch, grödnerisch-italienisch, St. Christina, 1992, due dischetti.

Il "Dizionario del linguaggio giuridico ed economico (ital.–gard., gard.–ital)" di H. Prucker è costituito da sei glossari giuridici ed economici disponibili in forma elettronica (nel formato Word 5.0). Due di essi riprendono parte della terminologia giuridica ed economica contenuta in G. S. Martini, Vocabolarietto gardenese–italiano (Firenze 1953), che peraltro contiene un numero limitato di termini di carattere piuttosto generale come ambolt "sindaco", ma dove non figurano altri termini, non meno generali ma forse più attuali, come ad es. ambiënt, aministrazion, aministrazion chemunela, ann finanzièr, apruvazion, assessëur. Il terzo glossario riporta invece l’elenco dei lemmi gardenesi presenti nello stesso Martini.
Il quarto e il quinto glossario (ital.–gard. e ted.–gard.) sono stati elaborati dal Prucker in base ai termini italiani contenuti nel dizionario di G. Conte e H. Boss, Wörterbuch der Rechts- und Wirtschaftssprache (Parte I: Ital.–ted., Parte II: dt.–ital., München 1983). Frutto di un paziente e lodevole lavoro dell’autore, questi due glossari risentono in parte della mancanza di fonti autorevoli per il gardenese (dove l’A. si avvale unicamente della propria competenza linguistica), presentando inesattezze e imprecisioni specialmente nella terminologia giuridica. Così, ad es., il tedesco Steuer, per il quale Conte e Boss riportano la traduzione italiana imposta, tributo, in Prucker viene reso con cheuta, tassa, tribut, ovvero con gli stessi termini proposti come equivalenti del tedesco Gebühr, italiano canone, tassa, diritto, quota, contributo, senza operare alcuna differenziazione tra i diversi termini gardenesi.
Conclude l’opera il cosidetto Einheitsglossar ("Glossario complessivo") che raccoglie in un unico file i termini ripresi da Martini e i termini elaborati da Prucker.
Pur con le imprecisioni menzionate, i glossari raccolti nel Wörterbuch di Prukker, al quale si deve render merito per lo sforzo compiuto, rappresentano senza dubbio una preziosa opera terminologica, che potrebbe costituire la base per un’ulteriore elaborazione da parte di linguisti e giuristi in vista dell’ampliamento e della standardizzazione della terminologia giuridica ed economica ladino-gardenese. [Julia Kuhn]

3. Val di Fassa/Val de Fascia

215. Ilaria Zanotti, Germanesimi nel lessico ladino fassano, Vich – Vigo di Fassa, Istitut Cultural Ladin "Majon di Fashegn", 1990, pp. 206. [Mondo ladino, XIV/1–2].

Rassegna pressochè completa dell’elemento germanico presente nel lessico ladino fassano, basata sostanzialmente sulle fonti a stampa disponibili, con l’inclusione del materiale inedito desunto dal questionario dell’ALI (Alba di Canazei). L’uso orale è stato trascurato, sebbene in Val di Fassa, contrariamente alla situazione gardenese e badiotta, la presenza di germanismi più o meno assimilati nella parlata informale denoti spesso una buona competenza linguistica dell’idioma locale.
Il materiale è disposto in ordine alfabetico e perciò il lemma è trascritto in un’ortografia unitaria uniformata al sistema fonetico usato dall’ASLEF. Ciascun lemma è accompagnato dal suo significato e dalle citazioni delle varie fonti nell’ortografia originale.
Nei paragrafi dedicati alla discussione etimologica delle singole voci, l’A. delimita l’area di diffusione della relativa parola nel ladino e nell’italiano settentrionale ed elenca poi tutte le soluzioni etimologiche (giuste o sbagliate) proposte in precedenza, senza però, salvo in pochi casi, favorirne una, anche quando queste sono in contrasto tra di esse.
Le parole analizzate sono – salvo errore – circa 520 e corrispondono ad una percentuale del 6,5 % di parole di origine germanica presenti nel lessico fassano tradizionale, che conta circa 8.000 parole. Per poter confrontare questo risultato con i dati fornitici da studi simili riguardo agli altri idiomi ladini (H. Novak, Die deutschen Lehnwörter im Ladinischen des Gadertales; H. Kuen, Die deutschen Lehnwörter in der ladinischen Mundart von Buchenstein und ihre chronologische Schichtung; J. Kramer, Voci tedesche nel dialetto di Cortina d’Ampezzo) andrebbero però tolte tutte le formazioni endofassane, anche se la base è germanica (p.e. fané "treppiede", derivato in -é < -ARIU da fana "padella" < antico bavarese pfanna; oppure tutti i derivati in -ment < -MENTU) presenti nella raccolta. Inoltre, l’A. mette sullo stesso piano i germanismi "remoti" (parole franconi, gotiche, longobarde ecc. penetrate nel fassano tramite il Veneto o il Trentino che, dal punto di vista sincronico, sono da considerarsi degli italianismi) e i germanismi veri e propri entrati direttamente nel fassano. Questi ultimi sono poco numerosi per le fasi più antiche del fassano (Elwert individua 26 prestiti dall’antico e medio alto tedesco, rispetto agli oltre 90 del gardenese), ma aumentano progressivamente in epoca moderna assimilandosi in maniera sempre più superficiale (p.e.: infinito tedesco + desinenza -er fassana). Interessanti sono le voci tedesche presenti esclusivamente in fassano e riguardanti soprattutto il linguaggio settoriale dell’edilizia (p.e. boter "grosso scalpello", maurstift "grosso chiodo quadrangolare ad uncino"). Non saranno invece elementi germanici due voci come met "modo, possibilità" < lat. MODU, presente in forma regolare, senza la -t agglutinata, nel marebbano , e soprattutto la particella di negazione na, che continua il lat. NON (per la fonetica, cfr. pa < POST). [Paul Videsott]

6. Agordino - Cadore - Comelico

216. Gemo Da Col, L’idioma ladino a Cibiana di Cadore, Pieve d’Alpago, Nuove Edizioni Dolomiti, 1991, pp. 340.

L’opera è divisa in quattro parti. Nelle prime due l’A. tenta una presentazione dei tratti particolari, soprattutto fonologici, della parlata di Cibiana e in seguito propone un abbozzo grammaticale della stessa. Le altre due parti consistono invece in un vocabolario ladino-italiano e in un glossario più limitato italiano-ladino (Mi preme sottolineare che in questa sede vorrei, per quanto possibile, escludere le discussioni circa i termini "ladino" e "ladino cadorino"!).
Trattandosi di una raccolta di materiale lessicale veramente notevole (tredicimila lemmi), il vocabolario rappresenta sicuramente un ulteriore prezioso tassello nella documentazione delle parlate cadorine, soprattutto per quanto riguarda i termini della cultura agro-silvo-pastorale che ormai sta tramontando: di grande interesse sono p.e. le descrizioni circa la fattura e l’utilizzo degli attrezzi dei contadini, spesso completati da illustrazioni ben fatte, e anche i numerosi detti, proverbi e locuzioni caratteristici del dialetto "thubianòto". Molto utile inoltre l’aggiunta di un glossario elementare italiano-ladino, anche se la scelta delle voci inserite risulta poco chiara: l’autore infatti dichiara di aver "omesso i termini con ’radice comune’ a quelli dell’italiano". Scorrendo brevemente l’elenco ci sembra che intenda con questa espressione, voci che per pronuncia sono molto vicini all’italiano (p.e. aventura, contròlo, ma anche carotha oppure lenga).
Illuminante per la problematica della ladinità si rivela invece la presentazione delle particolarità di questa parlata, che è divisa in due parti, di cui la prima, secondo l’A., rappresenterebbe una lista di ben 13 "tratti fondamentali che, secondo gli specialisti, caratterizzano le parlate ladine [sic!] e che si riscontrano nel dialetto cibianese": questa è la conferma per l’A. che la parlata "cibianese" si può classificare come facente parte del ladino! Tralasciando questa presa di posizione c’è comunque un altro fatto che dispiace in un’opera di tali dimensioni, vale a dire che nella presentazione dei tratti particolari e anche nelle note di fonetica si riscontrino a volte delle classificazioni incomprensibili e degli errori piuttosto grossolani. Non parlo delle tante semplificazioni che sono perdonabili, visto che l’A. ha scritto quest’opera sicuramente anche per i suoi compaesani interessati alla propria parlata e che quindi gli premeva essere capito anche dai non addetti ai lavori, ma di esempi come quelli che seguono.
Così si trova p.e. tra le caratteristiche descritte lo "spostamento di consonante con inserimento di vocale" e come primo esempio brutto = burto, quindi un caso di metatesi (fenomeno tra l’altro descritto in precedenza e perfino con lo stesso esempio!). Oppure, che cosa si dovrebbe pensare di una "caduta della ’e’ finale, con trasformazione come in n" (uno degli esempi riportati: passione = passión)? Che cosa significa in questo caso "trasformazione in n"?
Ancora a proposito di errori grossolani: sembra che l’A. abbia un suo concetto dei gradi di apertura vocalica. Difatti, nella rubrica "definizione scientifica" [sic!], si trovano le sequenti descrizioni vocaliche: grafia del vocabolario: "definizione scientifica":
a: vocale aperta, é: vocale non arrotondata chiusa, è: vocale non arrotondata aperta, i: vocale non arrotondata aperta, ó: vocale arrotondata chiusa, ò: vocale arrotondata aperta, u: vocale arrotondata di massima apertura. [Helga Böhmer]
 

B. Alto Adige / Südtirol

0. Generalità

217. ASTAT-Information/ASTAT-Informazioni, Bozen/Bolzano, Landesinstitut für Statistik/Istituto provinciale di statistica, 1997–1998.

L’Istituto provinciale di statistica della Provincia Autonoma di Bolzano-Alto Adige pubblica questo quindicinale bilingue, che contiene dati (in genere sociodemografici) molto utili per chi lavora sugli aspetti linguistici della provincia. Ecco l’elenco dei titoli più interessanti degli anni 1997 e 1998:
"Previsioni demografiche al 2010" (no.11, anno 1997); "Quadro sociodemografico 1996" (12, 1997); "Le abitudini alla lettura in provincia di Bolzano. Una sintesi dei risultati della rilevazione multiscopo 1995" (17, 1997); "Stranieri 1996" (22, 1997); "Studenti universitari altoatesini 1996" (5, 1998); "Donne in provincia di Bolzano 1996" (8, 1998); "Andamento demografico. 4o Trimestre 1997 e riepilogo annuale" (14, 1998); "Scuole materne in Alto Adige. Anno scolastico 1997/98" (15, 1998); "Indagine sull’ascolto radiotelevisivo in Alto Adige 1998" (17, 1998); "Tasso di maturità in Alto Adige. Anni scolastici 1983/84–1997/98" (18, 1998); "Alunni stranieri nelle scuole dell’Alto Adige. Anni scolastici 1988/89–1997/98" (22, 1998); "Stranieri 1997" (24, 1998); "L’abbandono scolastico nella scuola media. Anni scolastici 1972/73–1996/97" (28, 1998). [R. B.]

218. ASTAT, Südtirol in Zahlen/Alto Adige in cifre, Bozen/Bolzano, Landesinstitut für Statistik/Istituto provinciale di statistica, 1998, pp. 48.

Breve opuscolo statistico con i dati ufficiali riguardo ai seguenti settori: "Ambiente e terriorio", "Popolazione e aspetti sociali", "Economia e imprese", "Pubblica Amministrazione e giustizia". Oltre alla presente edizione bilingue, esiste anche una versione ladina. [R. B.]

219. Karl Finsterwalder, Tiroler Ortsnamenkunde. Band 3: Einzelne Landesteile betreffende Arbeiten: Südtirol und Außerfern. Register, Innsbruck, Wagner, 1995, pp. XII, 929–1294. [Schlern-Schriften, 287].

Terzo ed ultimo volume – dedicato agli articoli che hanno per argomento l’Alto Adige/Sudtirolo nonché l’Außerfern (Tirolo del Nord) – della monumentale raccolta dei saggi toponomastici di Karl Finsterwalder curata da H.M. Ölberg e N. Grass. Assieme al primo (articoli che riguardano il Tirolo nella sua totalità oppure più regioni) ed al secondo volume (Tirolo del Nord) costituisce un vero e proprio dizionario toponomastico tirolese, reso ottimamente accessibile da ben otto registri (A: registro storico; B: suffissi; C: argomenti grammaticali; D: etimi prelatini; E: nomi di persona celtici che hanno originato toponimi; F: parole e nomi longobardi; G: nomi di persona dell’antico alto tedesco; H: indice generale alfabetico di tutti i toponimi menzionati, 1235–1293).
La raccolta dei complessivi 138 articoli con aggiunte e correzioni da parte dei curatori risulta utilissima, visto che si tratta di contributi fondamentali, apparsi spesso in pubblicazioni difficilmente accessibili (p.e. in innumerevoli "libri del paese", pubblicazioni strettamente locali). Le spiegazioni e le etimologie proposte sono generalmente molto sicure e convincenti, anche per il fatto che il Finsterwalder, appassionato alpinista, conosce direttamante gran parte delle località, cime e alpeggi di cui si occupa. L’A. non si limita però alla sola etimologizzazione dei toponimi, il suo interesse principale è quello di stabilire il periodo di insediamento dell’elemento germanico e l’età del tedesco nelle varie parti del Tirolo. I criteri usati in sostanza sono tre:
a) la formazione dei toponimi: dal punto di vista della formazione delle parole, p.e., l’accostamento della preposizione auf "sopra" come in Aufhofen/Villa Santa Caterina [Brunico] e Aufkirchen/Santa Maria [Dobbiaco] non è più produttiva dopo l’VIII secolo. Anche la suffissazione mediante -heim (p.e. Uttenheim/Villa Ottone [Gais], Dietenheim/Teodone [Brunico] e in parte di -ing (Issing/Issengo [Falzes], Henzing/Masi [Casies] denota una coniatura del rispettivo toponimo prima dell’VIII secolo (cf. Il toponimo pusterese Gais dal punto di vista della formazione delle parole nell’a.a.t., 995–998).
b) il lessico e i nomi personali che originano toponimi: p.e. Biburg "castelliere" (> Piper in Valle Aurina); Beuren "edificio imponente", l’antico nome di San Sigismondo (Chienes), Wasah "prato" > Wasen, Hag "recinto" > Happacher (entrambi Valdaora) non sono più appellativi già nell’a.a.t. (cf. La posizione di "Hagabach, Muntinusa" nel 1050 e il confine linguistico nella Val Pusteria, 999–1000); personali come Tassilo (> Tesselberg/Montassilone), Grimoald (> Greinwalden/Grimaldo), Gisilhart (> Geiselsberg/Sorafurcia) appartengono alla fascia più antica di nomi bavaresi;
c) le mutazioni fonetiche subite dai nomi pretedeschi come la metafonesi primaria (ca. VIII secolo, p.e. Appiano > Eppan), la seconda rotazione consonantica (ca. VII–X secolo, p.e. Decito > Teisten/Tesido, Duplago > Toblach/Dobbiaco), l’accentazione sulla prima sillaba (prima del 1000, lat. torréntes > Térenten/Terénto; celt. vindos "bianco" + ialo "pianura" > lad. Vandóies, ma ted. Vintl) oppure le varie dittongazioni m.a.t. (î > ei, û > au; ü > eu, p.e. Runcalina "piccolo dissodamento" > Rungglein; Iuvum "giogo" > Jaufen; Cumbitone "gomito" > Gufidaun ecc.) (cf. L’insediamento nell’alto medio evo in Alto Adige alla luce dei mutamenti fonetici tedeschi subiti dai toponimi, 929–965).
Il quadro che ne risulta (cartina a p. 994) comprende quattro zone: la prima abbraccia grosso modo la Val Pusteria e la Val Sarentino, dove l’intedescamento risulta essere pressoché completo già prima dell’VIII secolo. La seconda, dove l’elemento tedesco è anteriore al XII secolo, è costituita da gran parte dell’Alto Adige, ad eccezione dell’Alta Val Venosta e del lato orografico sinistro della Val d’Isarco, che costituiscono la terza zona in cui il tedesco si impone appena in epoca moderna (cf. Storia dei nomi – storia della lingua nell’Alta Val Venosta, 1043–1066). La quarta zona corrisponde alla Ladinia odierna.
In dettaglio, i risultati conseguiti dal Finsterwalder sono spesso in contrasto con quelli del Battisti, tanto che molti dei saggi compresi nella raccolta risultano essere delle recensioni ai rispettivi volumi del Dizionario Toponomastico Atesino, che in casi dubbi spesso opta per degli etimi preindoeuropei ("mediterranei"), mentre il Finsterwalder raramente risale oltre l’indogermanico (celtico). [Paul Videsott]

220. Egon Kühebacher, "Berg- und Geländenamenprägungen nach mythischen und religiösen Motiven im Hochpustertal", Der Schlern 65, 1991: 463–490.

E. Kühebacher, autore dell’opera "Toponimi del Sudtirolo e la loro storia" (Die Ortsnamen Südtirols und ihre Geschichte), di cui finora sono usciti due volumi, germanista e ottimo conoscitore delle parlate bavaresi del Tirolo (compilatore dell’Atlante Linguistico Tirolese, 3 voll.) nel saggio "La coniazione di oronimi e toponimi in base a motivi mistici e religiosi nell’alta Val Pusteria" rivolge la sua attenzione alla relazione con la mitologia.
Il saggio è suddiviso in quattro sezioni, nelle quali l’A. si occupa dei vari aspetti del soprannaturale, citando alcuni esempi dove il regno dei morti, la mitologia germanica oppure gli antichi riti pagani si riflettono nella toponomastica. È questo per esempio il caso dell’oronimo Piz da Peres, dal quale l’A. parte per descrivere la "montagna come dimora dei morti", oppure della Val di Landro, il cui significato di "valle lugubre" si spiegherebbe con la tradizione orale locale. Il capitolo intitolato "Nel regno del gigante Haunold" (Im Reich des Riesen Haunold) inizia con una riflessione filosofica sulla metafora del cono per disegnare formazioni rocciose in tedesco e in romanzo e prosegue con una interpretazione dei cicli di leggende germaniche e del loro riflesso in toponimi del tipo Haunoldtwaldo ("bosco di Haunold"), Haunoldkopfl ("testa di Haunold") e Haunoldtol ("valle di Haunold"), che rimandano tutti al leggendario gigante Haunold. Concludono il saggio alcune riflessioni sul "culto del sole, delle sorgenti e dei morti", dove l’A. propone una nuova etimologia per Saukofel, che dovrebbe derivare da un antico *sul ’sole’ oscurato da una etimologia popolare (Sau "scrofa"). Il saggio è un valido contributo alla toponomastica tirolese, anche se non concordiamo in ogni punto con l’opinione dell’A. [Julia Kuhn]

221. Alberto M. Mioni, "La standardizzazione fonetico-fonologica a Padova e a Bolzano (stile di lettura)", in Michele A. Cortelazzo, Alberto M. Mioni (a cura di), L’Italiano regionale, Roma, Bulzoni, 1990: 193–208. [Pubblicazioni della SLI, 25].

Nel suo articolo A.M. Mioni discute le caratteristiche fonetico-fonologiche dell’italiano standard parlato nelle province di Padova e di Bolzano. Basandosi su vari lavori empirici che esaminano lo stile di lettura di parlanti di Padova (Diano 1978), di parlanti italofoni di Bolzano (i lavori raccolti in Mura et al. 1981), e di parlanti germanofoni di Bolzano (Cetti 1982), l’A. conclude che in queste aree esiste una pronuncia standard regionale che si rifà in gran parte alla grafia, e perciò, in alcuni casi, è più vicina alla pronuncia normativa delle corrispondenti varianti toscane o romane. Riguardo ad altri fenomeni fonetici/fonologici, invece, lo standard regionale è influenzato dal sostrato locale. Mioni discute in dettaglio la distribuzione delle vocali medie chiuse ed aperte che differisce per vari aspetti dalla pronuncia normativa, la resa della lunghezza consonantica e la realizzazione di fonemi non presenti nel sostrato dialettale. L’italiano regionale di Bolzano sembra più vicino alla pronuncia normativa rispetto allo standard parlato a Padova, del quale condivide comunque molte caratteristiche. Per quanto riguarda l’italiano parlato nella provincia di Bolzano da parlanti di madrelingua tedesca, esso si orienta sullo standard italiano locale, come si vede dalla realizzazione sonora di /ts/ all’inizio di parola, caratteristica della pronuncia standard del nordest, ma non presente nel sostrato tedesco.
[Anna Cetti, La pronuncia dell’italiano dei germanofoni altoatesini. Osservazione su un campione di giovani, tesi di laurea, Padova 1982; Maria Grazia Diano, La pronuncia dell’italiano a Padova, tesi di laurea, Padova 1978; Paola Mura et al., Il bilinguismo degli studenti italofoni della Provincia di Bolzano, Bolzano, Provincia Autonoma, 1981]. [Birgit Alber]

222. Ludwig M. Eichinger, "Südtirol", in Robert Hinderling, Ludwig M. Eichinger (a cura di), Handbuch der mitteleuropäischen Sprachminderheiten, Tübingen, Narr, 1996: 199–262.

L’articolo "Südtirol" segue – come la maggior parte dei saggi del manuale – l’ordine seguente: 1. Particolarità geografiche. 2. Demografia e statistica. 3. Economia, politica e cultura. 4. Storia. 5. Condizioni sociolinguistiche. 6. Disposizioni giuridiche dell’uso della lingua. 7. Situazione linguistica, uso della lingua. 8. Specificazione dei fattori.
Nei capitoli 1.–6. vengono considerati i fatti generali, come la "distribuzione" delle popolazioni germanofone e italianofone, l’influsso del turismo sull’uso della lingua, la posizione del partito politico "tedesco" SVP, le istituzioni culturali, i media, le lingue in contatto, l’uso del dialetto e della lingua standard, la posizione del bilinguismo. Il cap. 7 riporta i risultati di una ricerca fatta in cinque comuni che presentano costellazioni diverse dei gruppi linguistici: comuni germanofoni con una minima quota di bilinguismo (Valle Aurina, Anterivo, Caldaro), la città di Bolzano con una maggioranza italianofona, e Salorno, comune con bilinguismo di lunga data.
L’approfondita ricerca, basata su un questionario, su osservazioni sul campo e su interviste, dà un’idea precisa dell’uso linguistico all’interno del gruppo germanofono altoatesino: la lingua italiana è sempre la seconda lingua, però il bilinguismo diventa sempre più importante, soprattutto nelle città, al sud della provincia e fra i giovani. L’italiano viene principalmente usato con persone italianofone, nelle istituzioni statali (posta, uffici), essendo inoltre dominante nelle istituzioni bilingui.
L’A. conclude che il numero dei parlanti influenza in gran parte la coesistenza di due gruppi linguistici. I risultati confermano l’impressione generale della situazione linguistica in Alto Adige: forgiata dalla lingua tedesca nell’ambito familiare ed istituzionale (scuola), mostra all’esterno le traccie del contatto di lingue e culture.
Nella famiglia germanofona si usa sempre il tedesco; lo stesso vale per la lingua usata a scuola. Nell’ambito del lavoro si nota che l’agricultura ed il turismo (germanofono), per es. a Caldaro, promuovono l’uso della lingua tedesca, mentre la convivenza di entrambi i gruppi linguistici a Salorno e la pluralità delle professioni (anche bilingui) a Bolzano è dovuta all’uso più frequente dell’italiano sia come lingua dell’altro gruppo linguistico sia come lingua di Stato. Nella vita pubblica esiste una differenza fra i comuni rurali, dove l’uso della lingua italiana è limitato a poche costellazioni – ad eccezione di Salorno, dove la variazione linguistica fa parte della vita di ogni giorno –, e la città con un gran numero di italofoni e la sua funzione come centro politico che richiede un comportamento linguistico più variabile.
L’A. indica anche il fatto che la percentuale delle donne che usano la seconda lingua negli ambiti bilingui è più alta di quella degli uomini e che il bilinguismo fra impiegati ed accademici oltrepassa quello delle altre professioni.
L’ultimo capitolo sottolinea fattori specifici come l’unità della zona d’insediamento, la consapevolezza della propria identità, il benessere economico, le varie offerte nell’ambito culturale e l’unità politica che mettono l’Alto Adige in una situazione abbastanza gradevole di minoranza.
L’A. ci fa però notare il fatto che il bilinguismo aumenta soprattutto fra il gruppo più giovane dei parlanti germanofoni, il che potrebbe a lunga scadenza minacciare di nuovo le condizioni del gruppo germanofono sudtirolese. [Claudia M. Riehl]

223. Franz Lanthaler, "Varietäten des Deutschen in Südtirol", in Gerhard Stickel (a cura di), Varietäten des Deutschen. Regional- und Umgangssprachen, Berlin/New York, de Gruyter, 1997: 364–383.

L’A. parte dalla critica di alcuni saggi troppo pessimistici riguardanti la situazione del tedesco in Alto Adige, nei quali i fenomeni linguistici, che si rivelano in un gruppo particolare di parlanti, vengono trasmessi alla comunità linguistica in generale. L’A. fa notare che nell’attuale tedesco altoatesino la maggior parte dei prestiti dall’italiano è limitata a certi ambiti (lingua amministrativa, pubblicità) e persone ("veri" bilingui). Dopo la rottura della tradizione linguistica, nel 1919, la tradizione del tedesco austriaco è stata continuata nel parlato, mentre a partire dal 1945 il tedesco della Germania viene considerato come norma nella lingua scritta.
Nel secondo capitolo l’A. presenta un breve profilo della suddivisione dialettologica del tirolese (illustrato da cartine), mettendo in evidenza che le differenze fra il Tirolo dell’Ovest e dell’Est sono molto più essenziali di quelle fra il Nord- ed il Sudtirolo. L’A. rileva però un adattamento regionale fra i dialetti mediante l’introduzione di forme di prestigio da altre varietà (dialetti confinanti, koiné dialettale, lingua comune/lingua d’uso).
Nell’ultima parte dell’articolo l’A. fornisce alcuni esempi di questo nuovo registro – che egli in riferimento a Mattheier chiama unfeines Hochdeutsch ("tedesco standard grossolano") – che viene usato soprattutto da politici, ufficiali e appartenenti alla classe sociale superiore in contesti ufficiali. [Claudia M. Riehl]

224. Martina Rost-Roth (con la collaborazione di Oliver Lechlmair), Sprachenlernen im direkten Kontakt. Autonomes Tandem in Südtirol. Eine Fallstudie, Meran, Alpha & Beta, 1995, pp. 158. [Contact, 7].

L’autrice ed il suo collaboratore presentano una ricerca dettagliata sul potenziale d’acquisto linguistico offerto dal metodo Tandem. Questo metodo d’apprendimento linguistico si distingue da quelli tradizionali soprattutto per l’autenticità dei discorsi e l’orientamento alle esigenze comunicative individuali dei partecipanti, che prevalentemente sono due. Negli incontri ognuno di loro funge contemporaneamente sia da ’insegnante’ della sua lingua materna che da ’studente’ della lingua straniera. L’indagine si basa su una grande quantità di dati linguistici rilevati nel progetto Tandem (italiano-tedesco) in Alto Adige. Lo studio si limita ad un’analisi non solo di registrazioni su nastro di 12 discorsi Tandem, ma anche di 190 pagine di appunti dei partecipanti all’inchiesta che hanno scritto le loro esperienze e hanno commentato questa forma alternativa d’apprendimento linguistico.
Dopo una breve introduzione sullo stato della ricerca negli ambiti dell’acquisizione della seconda lingua e della ricerca sulla didattica e sull’apprendimento linguistico, sul corpus e sui principi metodici dello studio, vengono presentati – come elementi della situazione d’interazione – i temi, i tipi ed i motivi dei discorsi analizzati che si riferiscono agli appunti scritti delle coppie Tandem. I capitoli successivi contengono un’analisi linguistica limitata a tre aspetti fondamentali riguardo ai disturbi comunicativi nei discorsi italiano-tedeschi: la difficoltà d’espressione, la difficoltà di comprensione e la correzione. Classificando sistematicamente gli errori (difetti) e le correzioni (riparazioni) in quanto ai tipi diversi ed alla loro frequenza (le occorrenze precise di certi fenomeni figurano anche in 16 tavole nell’appendice del libro), l’autrice fornisce informazioni attendibili sul perché e come di un buon funzionamento del Tandem. La qualità principale di questo metodo è l’enorme potenziale d’acquisto linguistico che – come viene mostrato in questo studio in modo convincente – è proprio dei disturbi comunicativi che, come conseguenza logica delle capacità linguistiche diverse dei due partner, rendono così possibile (sbagliando e correggendo s’impara!) un approfondimento efficace della conoscenza della lingua da imparare. Ma questo potenziale è dato e può essere sfruttato solo se vengono soddisfatte distinte esigenze in rapporto alla situazione d’interazione: i presupposti più importanti sono un buon rapporto personale fra i due partecipanti e una certa disponibilità alla cooperazione reciproca.
Oltre all’aspetto dell’enorme potenziale d’acquisto linguistico, un altro punto centrale è il paragone del metodo Tandem con i metodi convenzionali, da cui risultano vantaggi notevoli a favore del Tandem, almeno per quanto riguarda i vari aspetti trattati in questa ricerca, come p.es.: le occasioni e situazioni realistiche dei discorsi Tandem, la limitazione della paura di commettere un errore (fatto che sorge dall’atmosfera di confidenza negli incontri Tandem), l’estensione delle sequenze correttive spesso non possibile nei metodi tradizionali a causa della mancanza di tempo, ecc. Ma viene anche sottolineato che solo i progetti Tandem che soddisfanno sufficientemente le varie esigenze menzionate sopra possono essere considerati un’alternativa ossia un completamento ottimale dei metodi tradizionali d’apprendimento linguistico. Lo studio, i cui risultati si possono trasmettere in gran parte anche ai Tandem di altre lingue, viene completato da una bibliografia abbastanza ampia dove si trovano, tra l’altro, degli studi eseguiti sul tema dei progetti Tandem che rappresentano un campo di ricerca linguistica relativamente nuovo. [Klaus Gabriel]

225. Bernd Spillner, "Deutsch-italienische Interferenzen bei Sprachkontakt und Mehrsprachigkeit", in Peter H. Nelde (a cura di), It’s easy to mingle when you are bilingual, Bonn, Dümmler, 1992: 173–186. [Plurilingua,
XIII].

Si tratta di un breve studio esemplare sull’interferenza tra l’italiano ed il tedesco. Partendo da classificazioni e definizioni riguardo ai due aspetti fondamentali, cioé lingue in contattovs. plurilinguismo (sociolinguistica vs. psicolinguistica, interferenze sul piano della langue ("systemhafte Interferenz") vs. interferenze sul piano della parole ("kommunikative Interferenz"), situazione territoriale di lingue in contatto ("Sprachenkontakt") vs. situazione individuale di lingue in contatto ("Sprachkontakt"), l’A. fornisce nel 1o capitolo un paragone tra questi due aspetti in base ai segg. criteri: ambiti di riferimento ("Objektbereich"), conseguenze ("Folgen") e metodi linguistici ("Methoden").
Nel 2o capitolo, dove vengono presentati in modo esemplare i risultati di uno studio sulle interferenze comunicative nella lingua scritta nell’Alto Adige, l’analisi sistematica delle interferenze italiano-tedesche si riferisce ai seguenti piani linguistici: interferenze ortografiche; errori di genere, numero e caso; errori basati su differenze tipologiche (cf. soprattutto la formazione delle parole); costruzioni sintattiche; mezzi retorico-stilistici; interferenze lessicali; interferenze sul piano testuale.
Nella conclusione l’A. rimanda alla necessità di altre ricerche su diversi piani linguistici per descrivere in modo più adeguato il funzionamento della situazione sia territoriale che individuale delle lingue in contatto, tenendo conto non solo della situazione italiano-tedesca, ma anche di quella di altre lingue in contatto. Il presente studio può essere considerato un punto di partenza per future ricerche soprattutto per quanto riguarda i principi metodologici. [Klaus Gabriel]

226. Arbeitsgemeinschaft Alpen-Adria, Die Minderheiten im Alpen-Adria-Raum (deutsche Fassung), Klagenfurt, Land Kärnten, 1990, pp. 324.

Le relazioni della Comunità di Lavoro Alpe-Adria sono strutturate in maniera identica per tutti i gruppi, le regioni e le repubbliche partecipanti: dopo un breve cenno storico viene illustrata la situazione linguistica, il territorio e la situazione demografica, lo stato giuridico e la vita politica, quindi il sistema educativo e la vita culturale, l’uso (ufficiale) della lingua minoritaria (inclusi i toponimi), le istituzioni economiche, i sostegni; educazione ed economia della minoranza a confronto con quelle della maggioranza; peculiarità culturali, organizzazioni ecc.
La relazione sul Trentino-Alto Adige descrive le condizioni in cui vivono i tre gruppi minoritari nella Regione: il gruppo di lingua tedesca in Alto Adige, i Ladini nelle provincie di Bolzano e di Trento e gli sparsi gruppi etnici di origine tedesca nella Provincia di Trento (i "Mòcheni" e il gruppo di Luserna). La parte sul gruppo di lingua tedesca è stata scritta da Kurt Egger e Renzo Gubert, le altre due relazioni sono state stilate da R. Gubert.
Per chi non conosce bene i particolari di questi gruppi, il rapporto è un valido strumento per ottenere informazioni di fondo; per chi li conosce permette un comodo sguardo d’insieme su situazioni di etnie minoritarie tra loro molto diverse che vivono in una zona geografica ristretta.
Il rapporto sul gruppo etnico tedesco a Bolzano, basato soprattutto sulla problematica etnica, accenna all’importanza della situazione diglossica in questo gruppo – senza usare il termine stesso –, all’uso e all’importanza del dialetto per l’identità del gruppo linguistico stesso nonché per la comunicazione interregionale con i vicini dell’Austria e della Germania meridionale. Viene poi discusso il difficile equilibrio tra purismo e interferenza nel contatto delle due lingue tedesco e italiano.
Sulla conoscenza della lingua 2 si ipotizza una diminuzione della competenza tra i germanofoni della periferia, mentre nei grandi centri sia la disponibilità che la competenza vengono considerate abbastanza alte. La situazione demografica che vede il gruppo tedesco sparso su tutto il territorio, i ladini nelle due valli Gardena e Badia e il gruppo italiano concentrato a Bolzano e nei capoluoghi delle valli, spiega anche in parte la differenza di competenza in lingua 2.
Segue una breve descrizione del quadro giuridico dal trattato di Parigi fino al secondo statuto di Autonomia con le susseguenti norme d’applicazione. Una parte più lunga è dedicata al sistema educativo con la scuola in madrelingua e la vita culturale.
L’articolo sul ladino, il quale, com’è noto, ancora non conosce una varietà standard, è diviso in due: la prima parte contiene il resoconto sulle due valli ladine nella Provincia di Bolzano, e cioè la Val Gardena e la Val Badia, la seconda invece descrive la situazione del ladino nella Val di Fassa. Questa divisione sembra logica, considerato il fatto che lo stato giuridico, il sistema educativo, ma anche le varietà linguistiche sono molto diversi nelle due province.
Le varie tabelle dimostrano non solo le differenze che esistono tra i Ladini delle due province, bensì anche le differenze tra le due vallate dell’Alto Adige, soprattutto quelle riguardanti l’uso del ladino in famiglia e con gli amici.
Secondo l’A. (R. Gubert) il ladino della Val di Fassa è da considerarsi ancora ben conservato nonostante i tanti prestiti dall’italiano, ma dai dati riportati emerge che solo dal 1976 viene tutelato negli asili della zona e che nella scuola elementare viene impartita un’ora di ladino ogni settimana.
Preziosi sono poi i dati sui "Mòcheni" della Val Fersina ed il gruppo di Luserna, che ormai comprendono meno di un migliaio di persone il primo e neanche 500 il secondo. Il parere di Gubert è che il dialetto di origine tedesca in Val Fersina tenda a spegnersi lentamente, anche se dall’87 esiste una legge provinciale che permette di istituire circoli culturali e facilita l’insegnamento (facoltativo) del mòcheno e del cimbro nella scuola dell’obbligo.
La relazione si conclude con un’ampia bibliografia, distinta per gruppi e organizzata secondo i singoli capitoli di ogni articolo, che, per i gruppi di origine tedesca nel Trentino, sui quali scarseggia la letteratura, comprende i testi dal 1901 in poi. [Franz Lanthaler]

227. Ralph Jodlbauer, Hans Tyroller, Die Deutschen in Südtirol und die Kroaten im Burgenland. Untersuchungen zu ihrem Sprachgebrauch, Hamburg, Buske, 1986, pp. 172. [Bayreuther Beiträge zur Sprachwissenschaft, 8].

La pubblicazione si basa su una ricerca sperimentale all’interno di un ampio progetto della "Deutsche Forschungsgemeinschaft" sotto la direzione di Robert Hinderling. Le indagini sudtirolesi furono eseguite da H. Tyroller e da altri sette collaboratori negli anni 1982–84.
Lo scopo del progetto era di verificare l’ipotesi se tutte le minoranze linguistiche abbiano in comune, nonostante le loro particolarità, una serie di caratteristiche invariabili o meno. In caso affermativo si sarebbe dovuta elaborare una tipologia generale delle situazioni delle minoranze sia da parte linguistica che da parte giuridica.
La ricerca sperimentale ha inizio con una presentazione sociolinguistica contrastiva delle due minoranze linguistiche: con il tedesco una volta lingua di minoranza (in Italia), una volta lingua di maggioranza (Austria). I tedescofoni del Sudtirolo rappresentano una minoranza alquanto numerosa (all’incirca 280.000 persone), mentre i Croati del Burgenland contano soltanto 30.000 parlanti. Si doveva quindi tener conto soprattutto del numero dei parlanti. Nel frattempo il censimento del 1991 ha rilevato un ulteriore aumento della popolazione tedescofona (287.503 persone).
Il lavoro si basa principalmente sui questionari distribuiti in 12 località dell’Alto Adige e nelle tre regioni croatofone del Burgenland. La densità delle località nonché il numero delle persone intervistate non erano molto alti (Alto Adige: 287 persone per il quest. A, 114 per il quest. B). In aggiunta ai risultati delle interviste si presentano commenti (derivanti dall’"osservazione partecipante") e materiale giornalistico.
Alle considerazioni generali e metodologiche seguono nel 1o capitolo i risultati dell’inchiesta sull’"uso generale della lingua" ossia sull’acquisizione della prima lingua (lingua madre). Come avviene anche negli altri capitoli, i risultati vengono presentati separatamente per l’Alto Adige/ Südtirol e per il Burgenland ed infine in analisi contrastiva. Ed è proprio il confronto fra le due socializzazioni linguistiche che rivela la posizione particolare dell’Alto Adige/Südtirol, ove per la conservazione e l’aumento dell’autarchia risulta decisivo il numero dei parlanti, il luogo dell’insegnamento della seconda lingua (in gran parte le scuole elementari), le varietà usate nell’insegnamento della seconda lingua e, per la lingua scritta, l’appartenenza ad un’area linguistica più ampia. In seguito troviamo i risultati delle inchieste nei singoli ambiti (famiglia, comunità locale, amministrazione e banche, lavoro) e un capitolo sull’uso passivo del linguaggio (stampa, radio, TV). Si badi però al fatto che a p.10 "scuola" e "chiesa" vengono ancora nominate separatamente, mentre nell’analisi l’ambito "chiesa" non figura più e "scuola" si trova nella rubrica "uso generale". Infine vengono elencati i fattori che probabilmente costituiscono le differenze fondamentali fra i territori comparati, ai quali forse bisogna aggiungere anche le forme di insediamento e i fattori di natura socio-economica che si riflettono su personalità e volontà di autoconservazione.
In appendice troviamo una compilazione di materiale giornalistico sulla situazione dell’Alto Adige/Südtirol per il periodo 1983–84, redatta da A. Rowley. Oggetto del confronto è il trattamento del "problema Alto Adige/Südtirol" in ambito linguistico nei quotidiani Dolomiten (in lingua tedesca) e Alto Adige (in lingua italiana, con una parte tedesca): lo studio rivela che l’Alto Adige affronta temi controversi, mentre i Dolomiten tendono ad evitare controversie interetniche. Viene presentata e commentata anche la presa di posizione politica del gruppo di giovani intellettuali attorno ad Alexander Langer che ha rifiutato in modo categorico il censimento linguistico.
H. Tyroller si occupa in modo molto dettagliato della situazione linguistica nella zona di contatto nella Bassa Atesina, dove grazie a un attegiamento favorevole alla seconda lingua il gruppo linguistico tedescofono dispone di una conoscenza molto approfondita dell’italiano, in particolare della varietà dialettale trentina. Nel resto della regione troviamo invece una padronanza buona dell’italiano standard.
Un vantaggio che risulta dal numero limitato delle persone intervistate è costituito da un approccio quasi "intimo" al problema fino ad arrivare ad uno studio di casi singoli. Il lato negativo di un tale metodo è però la bassa rappresentatività dello studio. [Barbara Stefan]

1. Isole linguistiche tedesche/di origine germanica.

228. Anthony R. Rowley, Fersental (Val Fèrsina bei Trient/Oberitalien) – Untersuchung einer Sprachinselmundart, Tübingen, Niemeyer, 1986, pp. 439. [Phonai. Deutsche Reihe, 31].

Fino al completamento e alla pubblicazione del progetto, avviato nel 1997 dalla Regione Autonoma Trentino-Alto Adige con la collaborazione dell’Istituto culturale mòcheno-cimbro e della Commissione Europea, che prevede la nuova stesura di una grammatica mòchena (sotto la direzione di A. Rowley) e di una grammatica cimbra (sotto la direzione di Hans Tyroller), la presente opera costituirà l’unico dettagliato lavoro linguistico sul dialetto della Val Fèrsina.
Base del presente lavoro è l’ampia dissertazione del 1980 (Università di Bayreuth), di cui fu pubblicata già nel 1982 la parte comprendente il vocabolario. L’A. aveva condotto delle registrazioni audiofoniche e raccolto informazioni di carattere linguistico nei comuni della Val Fèrsina. Il presente tomo contiene tre registrazioni del 1976, trascritte, tradotte e commentate, provenienti da Fierozzo/Florutz. Inoltre, sono stati inseriti nell’opera i risultati delle interviste condotte sulla scorta dei libri, già allora esistenti, di questionari per le indagini dialettologiche nell’ambito dei dialetti bavaresi (L. Zehetner, E. Gabriel), come pure materiale dell’archivio fonografico di Vienna e i testi delle conferenze tenute in dialetto mòcheno ad un convegno a S. Orsola (Val Fèrsina) nel 1978.
Il vocabolario e l’analisi linguistica formano anche nella versione stampata un’unità: l’Indice delle parole allegato al presente lavoro contiene solamente quei lemmi che, sulla base del tedesco standard, non sono direttamente evidenti; per il resto si rinvia al vocabolario.
Purtroppo il materiale cartografico non è stato ripreso; bisogna, perciò, utilizzare entrambe le pubblicazioni. Comunque, le due cartine in allegato sono tecnicamente ben realizzate, in quanto possono essere collocate direttamente vicino al testo.
La strutturazione del lavoro è un po’ infelice: la prima parte è costituita dalle Premesse che offrono ampie informazioni sulla situazione storica, economico-sociale e linguistica della Val Fèrsina, soprattutto in prospettiva sociolinguistica, ivi compresa tutta la fonetica (120 pp.). Per la loro dimensione e per la qualità di ciò che viene presentato, rappresentano tutt’altro che semplici "Premesse". La seconda parte presenta una Grammatica di 95 pp., un capitolo sulle differenze dialettali nella Val Fèrsina e le tabelle di trascrizione. Seguono le trascrizioni (API + trascrizione fonologica + versione interlineare in tedesco standard), i commenti ai testi dei tre informatori di Fierozzo (110 pp.) e un’appendice.
Nelle Premesse occupano un posto centrale i capitoli riguardanti il plurilinguismo, che seguono i classici della sociolinguistica (Weinreich, Mackey, Ferguson, Fishman, Haugen, Clyne, Denison, Kloss). L’A. applica i concetti di questi ultimi alla Val Fèrsina e perviene a domini e fattori d’influsso molto differenziati che stanno alla base del passaggio dal dialetto mòcheno al trentino e dalla lingua tedesca a quella italiana. Il capitolo sull’Appartenenza linguistica dei Mòcheni contiene la classificazione nell’ambito del tedesco meridionale, del bavarese e del bavarese meridionale, come pure la delimitazione rispetto alle altre isole linguistiche bavaresi e numerose indicazioni di particolarità morfologiche, sintattiche e lessicali.
Manca purtroppo un capitolo sull’uso dei prestiti romanzi che vengono presentati in modo isolato nel capitolo Interferenza e rispettivamente nella parte dedicata alle Differenze dialettali nella Val Fèrsina, dove si richiama l’attenzione sui numerosi prestiti linguistici italiani nel vocabolario quotidiano di Roveda-Eichleit (p.290). In questo contesto andrebbe anche preso in considerazione il lavoro di Alberto Zamboni sulle interferenze nel mòcheno (cf. il suo saggio in La Valle del Fèrsina e le isole linguistiche di origine tedesca nel Trentino, Pellegrini/Gretter a c. di, 1978).
Per quel che riguarda la Fonetica va valutato in modo molto positivo il fatto che l’A. intraprenda una revisione critica di alcune tesi esposte finora nelle descrizioni sulle isole linguistiche. Egli corregge p. es. Kranzmayer riguardo alla distribuzione degli allomorfemi tenui di /en/, /3n/, /n/ (p.83), e ugualmente per quanto riguarda un riflesso, veramente presente, della distinzione tra la mat. a breve allungata e â (p.94). La dissertazione di Ingeborg Bauer (1962) viene sottoposta ad una dettagliata analisi critica. L’A. dimostra inoltre di avere conoscenze bibliografiche eccellenti in merito alle pubblicazioni sulla grammatica della Val Fèrsina e di tutte le altre isole linguistiche.
L’A. mette in rilievo la straordinaria capacità del Mòcheno di integrare foneticamente i vocaboli provenienti dal dialetto trentino (p.173): il Mòcheno nel suo sistema linguistico conosce un vero e proprio "meccanismo" che produce la suddetta integrazione, mentre la stessa cosa non vale per quanto riguarda l’assimilazione di parole dall’italiano standard. Interessante, sotto questo aspetto, risulterà il confronto con le nuove registrazioni condotte da R. dal 1997 in poi, anche perché l’A. segnala già da tempo un forte influsso fonetico dell’italiano standard sulla giovane generazione.
La Grammatica comprende settori tra loro molto differenti: metafonia e cambio delle consonanti, categorie delle parole, formazione delle parole, concatenazione delle frasi, differenze dialettali all’interno della Val Fèrsina. La corrispondente sistematizzazione non è evidente; p. es. il capitolo di sintassi Concatenazione delle frasi comprende anche esempi con il pronome interrogativo wo usato in funzione relativa; lo stesso wo non viene purtroppo trattato nella parte sui pronomi relativi ed interrogativi, anche se un confronto sarebbe stato utile, dato che questo fenomeno compare in modo particolarmente frequente nel Cimbro.
Va menzionata in maniera particolare la tabella, aggiunta alla Grammatica, che, riportando le differenze di trascrizione, consente un confronto tra la trascrizione fonetica API (usata dall’A.) e i sistemi di Kranzmayer, Bauer, Battisti, dell’atlante linguistico tirolese e del SIS. Ciononostante si pone il problema che la grafia originale, usata in citazioni e riferimenti, risulta essere, nella sua varietà, motivo di confusione e soggetta ad errore. Nella grammatica l’A. non si avvicina al suo obbiettivo, dichiarato a p.68, di sviluppare una grafia, "che possa essere usata [...] in un vocabolario accessibile anche al profano". Già nel vocabolario, pubblicato nel 1982, aveva fatto uso "per richiesta di amici mòcheni" di una semplice trascrizione con segni diacritici, che si appoggiava, in fondo, alla grafia tedesca (sistema "Teuthonista"). Questa variante più semplice serviva come modello per la raccolta di canti della Val Fèrsina (Renato Morelli, Identità musicale della Val dei Mòcheni, San Michele all’Adige 1996) e ha quindi fatto scuola. Tra il bisogno di esattezza e di capacità descrittiva degli scienziati e quello degli stessi parlanti c’è una profonda frattura. La trascrizione p. es. degli allofoni della /i/ centralizzata come ö nelle pubblicazioni dell’Istituto Culturale di Palù (Köndör "Kinder", "bambini"), rappresenta una distanzazione dalle trascrizioni della "scuola" dialettologica e un passo verso l’autonomia.
Sotto l’aspetto editoriale e formale il lavoro non risulta redatto in modo molto curato, cosa che proprio in ambito dialettologico, dove ogni minima divergenza può rappresentare una variante, disturba; qui di seguito alcune scoperte casuali:
– secondo le indicazioni a p.17 la pronuncia dialettale del nome di luogo Florutz è in mòch. [vl3r’uts], ma nella variante di Palù e di Roveda [v3’röts], senza -l-. Il lettore cerca inutilmente il collocamento storico o fonetico di questo fenomeno. La struttura sillabica consente senz’altro una fl- iniziale. Dall’esistenza di varianti trentine di pronuncia [f(j)e’r És] per Fierozzo (p.168), cioè con f più fortemente o appena palatalizzata, si può dedurre che questa sia la ragione delle differenti pronunce. Il vocabolario di Rowley (1982: 273, 280) indica la pronuncia senza -l- solo per Roveda, però, a p.20 troviamo una cartina con le denominazioni mòchene dei luoghi circonvicini, in cui questa variante viene riportata sia per Palù sia per Roveda. Questa cartina avrebbe dovuto essere recepita anche dal presente lavoro, come pure l’adiacente cartina dei nomi dei masi e delle parti del comune. Solo lì viene rappresentata, anche spazialmente, in modo chiaro l’intricata ripartizione del comune di Fierozzo in Monte di Dentro, di Mezzo e di Fuori (Inner-, Mitter-, Ausserberg), rispettivamente Fierozzo di Dentro e di Fuori, rispettivamente S. Felice e S. Francesco; essa sarebbe servita anche per poter localizzare i parlanti delle registrazioni trascritte.
– a p.13 l’A. presenta un elenco dei dati delle registrazioni; il punto Valutazione tecnica purtroppo si rivela poco utile, poichè viene dimenticata l’interpretazione dei numeri riportati.
– terminologicamente problematica è la definizione delle Tabelle con le differenze dialettali (p.17), presentate alle pp. 279–283, come fonte della ricerca. La compilazione di una tale tabella che offre, ai fini di un confronto, somiglianze e differenze fonetiche e morfologiche particolarmente significative, è, naturalmente, il risultato di un’intervista e non una fonte. Inoltre, il capitolo 1.1.4. Informatori, parlanti viene incluso nel capitolo 1.1. Strumento [tecnico] per la registrazione!
– si trovano numerose sviste ed errori di battitura: il rimando alla cartina 3, anziché alla 2 (p.21); p.167: viene tralasciato il punto posto sotto al segno palatale nella riproduzione trentina del suono s per il verbo (poi si) asciugano (cartina 949 del SIS); p.179: si rinvia a § 3.2.1.4. anziché a § 3.2.1.5.; p.281: il plurale nell’italiano standard mane anziché mani; p.413: a curo anziché a cura; p.414: Conributi anziché Contributi; p.415: delle usi anziché degli usi ecc.
– all’interno della bibliografia le diverse opere dello stesso autore non vengono ordinate cronologicamente.
– inconseguente rielaborazione della traduzione tedesca di espressioni mòchene: p.254 /tant me pa’riarn/ "täte mir scheinen" vs. p.251, /tant mer par’iarn.../ "täte mir erscheinen" ("mi sembrerebbe").
Il lavoro rimane, nonostante le imperfezioni formali, l’unica monografia dettagliata e scientificamente fondata sulla Val Fèrsina e rappresenta un’eccellente e ricca documentazione linguistica di una valle intera. [Barbara Stefan, trad. ital. a cura di Ermenegildo Bidese]

Errata corrige RID 21 (p.–col.–riga).

234: ad Studi ladini: bibliografia aggiornata in base alle informazioni fornite da W. Belardi.
236–1–9: contributi [...] informativi ® contributo [...] informativo.
241–2–14: contraenti = "antagonisti".
242–1–24: ritenibili ® rinvenibili.
250–1–33: verza ®[verza].
251–1–23: Fitscheider ® Pitscheider.
253–1–7: al confine ® il confine.

Nota:

La prossima sezione "ladina" uscirà sul numero 24 (2000) della RID. Per i titoli disponibili si vedano gli elenchi sul presente sito Internet, che verranno regolarmente aggiornati. [R.B.]